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Giovanni Succi LAMPI PER MACACHI - Progetto di Giovanni Succi su canzoni originali di Paolo Conte

Giovanni Succi LAMPI PER MACACHI - Progetto di Giovanni Succi su canzoni originali di Paolo Conte

 

 

_ mercoledì 21 gennaio 015, ore 22

Scighera e TRoK! proudly presentano:

* GIOVANNI SUCCI “Lampi per Macachi”
[Paolo Conte riarrangiato | Asti/Bologna/Ravenna]
> giovannisucci.wordpress.com/


@
Circolo Arci SCIGHERA
via Candiani, 131 - Milano

ingresso con sottoscrizione E tessera Arci 2015

www.scighera.org | facebook.com/LaScighera
trok.it | facebook.com/TRoK666 | @TRoK_666



* GIOVANNI SUCCI “Lampi per Macachi”

Giovanni Succi è da oltre 20 anni un protagonista dell’underground italiano, con la sua voce, la sua chitarra e la sua poesia. Ha fondato e suonato con Madrigali Magri, Bachi da Pietra, La Morte, Spam & Sound Ensemble. “Lampi per macachi” (Wallace Records / Santeria, 2014) è il secondo disco pubblicato a suo nome (dopo “Il Conte di Kevenhüller”, omaggio a Giorgio Caproni uscito nel 2012 per Tarzan Records) e propone coraggiosi riarrangiamenti di brani di Paolo Conte per una formazione di tre elementi, con tinte noir, desert-blues e triphop-rock.
L’album è presentato dal vivo con una formazione essenziale (due chitarre e voce, batteria e drum machine), insieme a Glauco Salvo (Comaneci) e Mattia Boscolo (ex Blake/e/e/e).


“Una bici non si ama
si lubrifica, si modifica”
(Paolo Conte, Velocità silenziosa, 2008)

Basterebbero questi due versi a motivare il mio operato e l’approccio al progetto. La scrittura di Paolo Conte ha questa straordinaria capacità di sintesi e il mio è un omaggio aperto alla sua scrittura. L’unico cantautore italiano che io abbia ascoltato dall’infanzia ad oggi, al quale senta di dovere molto. Eppure apparteniamo a generazioni così distanti nel tempo e nei linguaggi. Ciò che per lui fu il Jazz clandestino fino agli anni Quaranta, fu per me l’Heavy Metal pre-mainstream dei primi anni Ottanta. Ascoltando le rispettive produzioni questa distanza emerge forte e chiara. Eppure la mia devozione contiana agisce (come altre) sulla mia produzione musicale completamente fuori contesto.
Paolo Conte è per me un vero maestro di stile. Non nel senso che il suo stile musicale debba diventare il mio. Anzi, tradire il maestro è l’unico modo per sperare di rendere un buon servizio al suo insegnamento. Avendo ben presente le diverse accezioni del verbo tradire: tradurre, portare altrove, cambiare, tramandare. Ho messo in pratica la lezione di quei due versi: non si blatera di sentimenti, si prende l’oggetto dell’amore e, se è reale, lo si cura, lo si trasforma.

Ogni canzone di Conte che io abbia maneggiato ne è uscita trasfigurata e al netto del Jazz; non poteva essere diversamente, non essendo il Jazz la mia lingua madre. La prima occasione pubblica mi fu fornita dal Kilowatt Festival di Arezzo nel luglio 2013, quando fui chiamato a presentare i miei “Sei Pezzi Facili” (una autobiografia attraverso sei brani del pop italiano) e mi accorsi immediatamente che, tra quelli, Conte se ritagliava almeno due. L’idea di proseguire producendone un album intero si concretizzò da quelle parti.
La prima ipotesi di titolo per l’operazione fu “Paolo Conte per Mirko Spino”. Mirko Spino, ossia mister Wallace Record, l’etichetta indipendente per la quale ho inciso dal 1999 al 2010, incarna il prototipo dell’esatto opposto di un fan di Conte per gusti e attitudini. La scommessa era dunque anche quella di proporre l’autore presso ascoltatori che, come Mirko e come me, hanno avuto Lemmy Killmister nel pedigree al posto di Duke Ellington, mostrando loro come un piatto sulla carta così lontano da quei gusti, cucinato diversamente, avrebbe potuto diventare appetibile in virtù del valore assoluto degli ingredienti primari.

Così ho preso una manciata di canzoni, a partire dai suoi primi singoli di cui ricorre il quarantennale esatto (Questa sporca vita e La fisarmonica di Stradella, sono del 1974) e sentendoli profondamente “miei” li ho tradotti liberamente (traditi, cambiati, tramandati) in un linguaggio diverso: il mio, appunto, quello più vicino ad un pubblico del rock cosiddetto alternativo.

LAMPI PER MACACHI: ragazzi scimmia del rock folgorati da Paolo Conte
Il titolo dell’album agisce allo stesso modo su termini contiani: usa parole sue combinate in una nuova frase, “lampi per macachi”, che è una sintesi ulteriore di questa operazione musicale. Rudi e scimmieschi musicisti rock folgorati dalla lampante bellezza delle sue canzoni.
Tra di noi ci fu un carteggio, circa un quarto di secolo fa. Paolo Conte spronava un me ventenne ad approfondire l’armonia e il senso storico del blues. Lo presi sul serio. Siamo piemontesi, se la contingenza geografica c’entri o meno in questo rapporto (lui di Asti, io di Nizza Monferrato) lo decidano altri.
In breve: ho preso la bici, l’ho modificata, ho scelto la strada e mi son detto pedala.

> giovannisucci.wordpress.com/



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Ci sono legami invisibili, amori sulla carta impossibili, punti di riferimento che sembrano così lontani dai propri universi. Ma se li si guarda con attenzione sono proprio quei fili, quei collegamenti apparentemente inusuali, a creare delle storie uniche.
Proprio per questo può suonare strano che uno dei maestri di Giovanni Succi, la corda e il legno dei sempre più granitici Bachi da Pietra, sia Paolo Conte. Paolo Conte l'avvocato, il paroliere, il pianista jazz, l'unico cantautore sempre ascoltato da Succi dall'infanzia ad oggi.
E non c'è altro modo per rendere omaggio a un proprio maestro che tradire la sua opera, avendo ben presente le diverse accezioni letterali del verbo: tradurre, portare altrove, cambiare, tramandare.
Nasce da questa idea “Lampi Per Macachi”, il tributo di Succi a Paolo Conte, otto canzoni del maestro trasfigurate e al netto del jazz.
Otto canzoni che provano a isolare quegli ingredienti così unici e affascinanti della produzione contiana, cucinandoli in maniera differente, forse l'unica possibile per non presentare un piatto manchevole, un tentativo di emulazione che saprebbe troppo di brutta copia.
Ed è per questo che “Lampi Per Macachi” (che già nel titolo è una commistione di termini contiani) lascia per strada l'orchestralità baldanzosa tipica degli arrangiamenti di Conte, dimentica la strada del jazz puntando invece su tinte noir e desert blues, marcando i silenzi, scarnificando e concedendosi sfumature elettroniche e ipnotiche.
Attaccando la chitarra elettrica agli amplificatori polverosi e chiudendo a chiave il pianoforte, tirando fuori dal mazzopezzi apparentemente intoccabili e singoli ormai quasi dimenticati.
Così “Gelato Al Limon” viene riproposta con tonalità molto più scure e controllate, mentre “Uomo Camion” è quadrata e acquista vigore battuta dopo battuta.
Ci sono “La Fisarmonica Di Stradella” stravolta in un trip hop acustico e rumorista e la dolcezza sussurrata di “Come Mi Vuoi” (in cui per una volta ascoltiamo Francesca Amati dei Comaneci cantare in italiano).
Poi, l'incedere rock di “Diavolo Rosso”, fatto di progressioni, di elettriche distorte e tamburi, “L'Incantatrice”, anche questa asciugata da tutti i mille spifferi del jazz.
E ancora una “Bartali” dilatata e al limite dello spoken-¬‐word, che si gioca il jolly dell'unico pianoforte di tutto il disco e lo adorna di metronomi vintage, di zither, di percussioni lontane, di sospensioni. Il disco si conclude con la sola chitarra elettrica e la voce urlata di “Questa Sporca Vita”, quasi a sottolineare l'essenza di un lavoro che ha svestito e rivestito le tracce di Paolo Conte, lasciando qui il brano nudo nel suo disperato amore.
Troviamo poi quella contingenza geografica tra l'astigiano Paolo Conte e il nicese Giovanni Succi, quello spirito piemontese così presente e al tempo stesso così indefinito, che permea molte canzoni di entrambi.
E forse anche per questo non c'era posto migliore ed emotivamente suggestivo per incidere “Lampi Per Macachi” di una cantina vitivinicola a Incisa Scapaccino, un paesino in provincia di Asti, dove, in mezzo ad un mare di vigneti di Barbera, Succi si è chiuso in quasi totale isolamento a suonare e registrare insieme a Glauco Salvo e Mattia Boscolo, con Mattia Coletti al mixer.
Il risultato è un tributo con un'anima meticcia, un concept-album sul Piemonte,ma prima ancora è un atto di amore e di riconoscenza nei confronti di un maestro. Che come tutti i maestri va tradito, in modo da poter una volta in più celebrarne la grandezza.

Dati Aggiornati al: 20-01-2015 07:58:50

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Categoria: Musica e Spettacoli

Quando: Mercoledì 21-01-2015 alle 22:00
---> L'EVENTO SI È GIÀ CONCLUSO !!!

Dove: La Scighera - circolo ARCI - programmazione

Indirizzo: via candiani, 131 Milano

Prezzo: --

Link: Sito Web dell'evento