Nulla fa sospettare tanto un uomo quanto il saper poco. Francis Bacon

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Teatro: IL RITORNO

Teatro: IL RITORNO

 

 

ISPIRATO ALLA STORIA DEL PARTIGIANO BRINDISI PIETRO PARISI. IL MARATONETA DELLA VALLE D'IRIDE

La storia.
Un uomo attraversa la seconda guerra mondiale. Con la divisa da partigiano. Attraversa la guerra e ne resta macchiato. Dal sud alle montagne del nord per cercare di essere un uomo, per cacciarli questi tedeschi, per togliere quelle camicie nere, che per vent’anni non hanno fatto altro che il saluto fascista, che hanno schiacciato, massacrato, torturato, ucciso chi la pensava in maniera diversa, che per vent’anni hanno abbassato la testa e creduto in un solo uomo come in Dio onnipotente. Giustino è un uomo semplice, è prima soldato imboscato allo spaccio, in una caserma di Torino. Poi si ritrova partigiano, per vendetta, in nome del suo amico ucciso dai nazisti, il suo migliore amico, in nome di una libertà appena conosciuta poi desiderata, cercata, fortemente voluta. Si è combattenti sulle montagne. Si è combattenti. E ci si innamora anche. Si mangia quello che si può, quello che si trova quello che ci portano. Lontano dal caldo, dentro un freddo che ti divora l’anima in attacchi mordi e fuggi , con azioni coraggiose contro le caserme, con azioni di disturbo sulle linee ferrate, ai pali della luce, senza tempo di dormire, con il tempo appena per ricaricare forse, per attaccare e ancora attaccare senza pensare a niente senza pensare che la morte è lì a raccogliere le vite di chiunque senza giudizio, senza discriminare. La morte non vede divise, non vede giusto o sbagliato. La vita di Giustino è questa per mesi, sempre sulla soglia di un abisso che si apre quando a perdere la vita è Monica, il suo amore, il senso suo profondo della vita, una partigiana conosciuta nelle montagne. E nelle ultime giornate di battaglia si consuma il dramma. I nazisti, per rappresaglia, in risposta alla distruzione di una caserma, bruciano il paese e vanno a cercare i partigiani sin nelle montagne. Tra il fumo del paese e i lanciafiamme la squadra di Giustino è sterminata, con essa anche Monica, il suo amore. Con fortuna o per disgrazia, solo lui si salva. Ferito dentro il cuore, lascia quei luoghi non senza aver ucciso un ragazzo, il proprietario delle galline che Giustino aveva tentato di rubare per sfamarsi. Comincia così la sua via crucis tra le macerie di un Italia, accompagnato dal senso di sperdimento che la guerra lascia, gli orfani, i ricordi dentro una fotografia portata sulle spalle del vento. Si può perdere la ragione nella guerra, si può essere soli e mangiare un pezzo d’amore dentro un attimo. Giustino il partigiano. Ritorna alla sua casa, ritorna all’albero d’ulivo. C’è la madre ad attenderlo per lavarlo dentro sino in fondo, per togliere quel sangue che gli macchia la vista, per essere ancora uomo, per ritrovare la parola, per dare un nome a quel dolore, per ritrovare un senso e appartenere ancora a questo mondo.
Salvatore Arena

Motivazione.
Perché racconto questa storia? Perché mi confronto con questi fatti? Ho fatto domande, interviste. Ho sentito tante storie, diverse, diversi fatti, episodi, piccoli e grandi. Poi ho pensato come faccio a raccontarli tutti? Debbo raccontare una storia che racconti tutte le altre. Volevo raccontare di come a vent’anni si sia pronti a morire per un ideale. In momento di revisionismo storico volevo dire il mio punto di vista su fatti che non sono confutabili. Ragazzi, uomini, donne si sono sacrificati per conquistare una libertà negata. E questo è quanto. Per vent’anni, hanno offerto la loro vita per non subire più quel fascismo che ha gettato nel terrore quelli che non pensavano che Mussolini fosse Dio, molti sono morti, tanti sono stati torturati. In un Italia superficialmente educata, grossolanamente ordinata, nello stile, nelle forme. In un Italia impegnata in un colonialismo di facciata. Proprio in quei quegli anni si sono consumati i delitti più atroci, le torture più orribili, i soprusi più violenti. Si è tolta la parola ai tanti e per tutto questo si è preso le armi prima, per mandare via i nazisti gli alleati-occupanti poi. Si è rivendicato il diritto di decidere il destino della propria vita e quella degli altri. Ho immaginato un uomo (GIUSTINO) che attraversi la guerra, dal sud al nord e ritorno. Di come egli diventa partigiano, nella sofferenza, di come si sperimenti sulla propria pelle il dolore della perdita, di come si combatta senza risparmio, nel freddo, nelle nevi, sotto alberi che sono diversi dai giganteschi ulivi del sud. L’ho immaginato correre per evitare un agguato, andare incontro all’amore, trovarlo l’amore, essere felice nella guerra anche se per un attimo. L’ho visto spaventato, impaurito conoscere il lato più misterioso di se stesso, il lato più oscuro. L’ho visto uccidere. Uccidere non è mai facile, togliere la vita ad altri non è un gioco, ma a volte bisogna farlo, per non essere a nostra volta uccisi, per non vedere più cadere le persone che ami. Ma ad uccidere si resta macchiati per sempre. Nel fumo nelle macerie di una Italia sconvolta, distrutta da una guerra, ho immaginato il ritorno di quest’uomo verso casa, verso un umanità dimenticata, verso una innocenza perduta. Ritrovare lo sguardo di una madre, sotto un ulivo, per ritrovare il senso di un vivere forse perduto per sempre. Per tutto questo ho deciso di scrivere e raccontare, perché non ci fossero ombre nei ricordi. Perché tutto fosse chiaro sotto gli occhi di oggi, ciò che fù ieri. Per chi viene dopo di me. Perché sappia cosa fù essere sulle montagne, essere un partigiano.

Il racconto.
Ho immaginato una sedia, un piccolo albero di ulivo, un grande secchio di zinco. L’acqua. Pochi elementi. Il racconto è essenziale. La scena scarna. Lo spazio quasi vuoto. Rievocare i fatti con la forza del racconto. Questo è il mio compito. Ascoltare la storia nei lati più oscuri. Dare il senso alle parole, senza aggiungere di più di quello che la storia mi sta dicendo. È dentro il racconto il ritmo, nella verità di chi racconta il senso profondo del dire. Un uomo cammina sul palco e tutto si riempie di neve. Il racconto mi permette di far vedere ciò che non c’è. Camminare silenzioso, sostare all’interno di una forma, riempirla dell’emozione di ciò che accade in quel momento è il mio ruolo, il mio compito. Emozionarmi mentre dico perché gli altri, chi guarda e ascolta, senta tutto questo, viva con me questa vita di una ora.
Salvatore Arena

Massimo Zaccaria

Contatti
Massimo Zaccaria
392 25 74 083
maxzac1@virgilio.it

Dati Aggiornati al: 11-02-2015 09:03:58

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Categoria: Musica e Spettacoli

Quando: Sabato 14-02-2015 alle 22:00
---> L'EVENTO SI È GIÀ CONCLUSO !!!

Dove: Circolo Fuoriluogo

Indirizzo: Corso Brescia 14 Torino

Prezzo: --

Link: Sito Web dell'evento