WikiEventi.it utilizza i cookie per personalizzare i contenuti e gli annunci, fornire le funzioni dei social media e analizzare il nostro traffico. Inoltre forniamo informazioni sul modo in cui utilizzi il nostro sito alle agenzie pubblicitarie, agli istituti che eseguono analisi dei dati web e ai social media nostri partner. Utilizzando il nostro sito web e continuando la navigazione accetti l'utilizzo dei cookies.
APPROFONDISCI - ACCETTO

...Eventi per tutti, non solo per gli amici...

> Home > Eventi a Bologna del 07-01-2018 > Mostre e Cultura > Tito Pioli presenta il libro " Ho sposato...

Tito Pioli presenta il libro " Ho sposato mia nonna "

Tito Pioli presenta il libro "  Ho sposato mia nonna "

 

 

Dialoga con l'autore il libraio Antonello Saiz. Intermezzi musicali di Elisa Genghini. Norma è un'insegnante precaria d'architettura a un passo dalla pensione. Sa parlare al contrario e porta sempre nella borsa una squadra perché ha la mania di prendere le misure del mondo. Tato ha studiato alla scuola d'arte e ora è giornalista free lance per un quotidiano locale, il precariato gli ha fatto venire le aritmie cardiache, " onde del mare nel cuore" , e tiene un blog su internet di notizie impossibili. Quelle che il suo giornale non pubblicherebbe mai: uno scoop sugli ultimi giorni di vita di Garibaldi, o su Mastro Lindo finito all'ospizio, o come le interviste a quelli che in chiesa stanno sempre in fondo, o alle ragazze che fanno provare i profumi per la strada. Sono nonna e nipote, e vivono in una Rebibbia che è surreale, folle e onirica periferia del mondo. Popolata di poeti farmacisti, neri immortali, emarginati, salumieri picassiani, direttori d'orchestra, collezionisti di fumetti che odiano i comunisti, attori precari con la faccia di profeti, fotografi che osservano il mondo dal buco della serratura, imprenditori che vendono occhiali appannati, ex assessori che ridono da soli. Poi arriva la lettera con la quale Norma è esodata. C'è la crisi, e non ci sono nemmeno più i soldi per gli psicofarmaci. Ecco allora nonna e nipote dar fondo alla riserva di idee raccolte nei mercatini dei libri della domenica, prese soprattutto dalle riviste degli anni trenta. Idee per far soldi, idee da cinema per uscire dalla precarietà e non avere più ansie, né onde nello stomaco. Tito Pioli ci regala un antiromanzo, che facendo dell'esagerazione iperbolica, del paradosso e del nonsenso i suoi meccanismi narrativi, frammenta e distorce l'esperienza e la percezione, calando il lettore direttamente al centro dell'assurdo. Riesce così a rappresentare ciò che non si può spiegare, ottenendo un " effetto rafforzato di verità" : la follia, l'orrore, l'amore e la bellezza del mondo per come è, dietro il velo dell'incoscienza insonnolita e della normalità alienata. Così come lo vedrebbero tutti se riuscissero ad ascoltare le voci di dentro o le risate di sottofondo, a riconoscere le misure di tutto in un quadro di Pontormo, a scorgere disegni dietro l'intonaco d'un muro d'ospedale, o dietro le maschere i volti. Quello che solo i veri poeti riescono a fare. Tito Pioli ha pubblicato il romanzo Alfabeto Mondo edito da Diabasis segnalato al premio Calvino 2015 e i suoi testi sono apprezzati dal noto attore Fabrizio Gifuni. Da " L' Indice " , ottobre 2017 (recensione di Chiara D’Ippolito): " Sarebbe bello poter comprare degli occhiali come quelli di Igino, uno dei personaggi stralunati e allo stesso tempo grotteschi che affollano il secondo romanzo di Tito Pioli, libraio antiquario di Parma che “legge le interviste al contrario, va al mare da solo e festeggia il Capodanno con gente che non conosce”, e già autore di Alfabeto Mondo, “romanzo abbecedario” segnalato nel 2016 dal comitato di lettura del Premio Calvino. Degli occhiali che, quando togli la “panna” dalle lenti, è come essere in un film, anzi, in tanti film, e “vedi un mondo che nessun altro vede, il mondo dove le cose vengono fuori poco a poco, se metti un dito sul vetro dell’occhiale ritrovi un volto, ritrovi a poco a poco una scritta su un negozio che non guarda nessuno, un fiore reciso che nessuno ha colto”. Ovviamente, nella realtà, occhiali così non sono in vendita, e non esiste nemmeno una campanella come quella inventata dai due protagonisti di Ho sposato mia nonna, Tato e sua nonna Norma, una campanella che, quando suona, la gente esce dalle fabbriche, dalle caserme, dagli uffici (e, persino, dagli stadi mentre c’è la partita), e si mette in cerchio, come a scuola durante l’intervallo, e tutti parlano con tutti, anche con chi non si conosce. Per fortuna, però, esistono scrittori che, per utilizzare un’espressione di Manganelli a proposito di Gianni Celati, possiedono un’intonazione unica, un linguaggio speciale, “il linguaggio dello smarrimento”, in grado far emergere tutto ciò che è sommerso o non immediatamente visibile ai più, attraverso una scrittura straniante e, insieme, surreale e ironica. Tito Pioli è uno di questi, ed è proprio nelle prime opere di Celati che si intravedono le radici di questo (anti)romanzo che descrive la realtà nella sua crudezza e nella sua bizzarria attraverso gli occhi di due flâneur dei nostri giorni: il giornalista precario Tato, che per il suo blog raccoglie le storie, impossibili e strane, che nessuno vuole raccontare, e l’esodata Norma, che parla al contrario e ha la mania di prendere le misure del mondo con una squadra. In risposta alla nota di Italo Calvino al suo Comiche, Celati scrive: “Niente mi interessa come la bagarre, quando tutti si picchiano, tutto scoppia, crolla, i ruoli si confondono, il mondo si mostra per quello che è, cioè isterico e paranoico, e insomma si ha l’effetto dell’impazzimento generale”. L’interesse di Pioli sembra essere il medesimo, e, infatti, Ho sposato mia nonna è il racconto lucido e spesso spietato di un mondo in cui l’unico filo conduttore, anzi, “la sola vera droga che eccita questo mondo”, è la morte: i porti sembrano bombardati, anche se la guerra non c’è; le nonne sono costrette a fare le puttane, i migranti ottengono un permesso di soggiorno solo se vincono un concorso di bellezza. Tato e sua nonna vivono a Rebibbia – ma potremmo essere in un quartiere qualsiasi di qualsiasi altra città italiana – e vagano per strade che sembrano popolate solo da umiliati e offesi, da personaggi ai margini per i quali l’unico modo per sopravvivere è apparire in televisione e fare della propria sofferenza una forma di spettacolo. In mezzo alla violenza, però – e di nuovo non si può che pensare a Celati – c’è spazio anche per la poesia e per la bellezza, anche se sembrano solo un equivoco, o un’apparizione fugace, come quella di Kafka, al quale i due protagonisti, in fuga dalla conduttrice Vania Vacuo che vuole fare di loro delle star televisive, scrivono una lettera: “Franz ci manchi, a me e a mia nonna, sei lontano Franz, noi avremmo voluto vederti mentre ti vestivi la mattina, avremmo voluto vederti mentre scrivevi la notte, avremmo voluto vederti mentre mangiavi a tavola. Avremmo voluto vederti Franz, mentre scrivevi la lettera alla bambina che aveva perso la sua bambola”. E, come in un romanzo, o in un sogno, Kafka appare, e sorride a Tato e a sua nonna Norma." Da ZEST: di Emanuela Chiriacò Benvenuti nell’apparente mondo surreale di Tito Pioli, poeta e scrittore. Apparente perché il suo romanzo sembrerebbe surreale, cinico; una narrazione che oltrepassa le dimensioni della realtà sensibile, del mondo onirico, interiore e inconscio. Da un certo punto di vista lo fa ma il suo scrivere non si limita a questo, è piuttosto l’espediente con cui restituire un ritratto crudo e sincero dello stato in cui vive l’Italia oggi. Pioli racconta della vita precaria che conduce il protagonista, un giornalista pagato a pezzo che vive con l’ansia e la nonna, un’insegnante esodata. Insieme attraversano l’Italia tra esperienze e avventure per la gran parte indotte in un paese allo sbando etico che si nutre di media classici e digitali, evidenziando la dimensione poco sociale che assolvono. L’effetto Benjamin Button si applica alla loro vita che parte dai sessant’anni della nonna e dai quasi quaranta del protagonista per ritrovare entrambi bambini a Gaeta nel finale. Un ritorno a quell’età rassicurante in cui essere sopra le righe, anche del romanzo, ha una sua valenza innocente e scanzonata. Siamo a Roma nel quartiere di Rebibbia, famoso e simbolico per il carcere che ospita; la scelta del topos prefigura già il senso di ingabbiamento che i due personaggi vivono e al quale si ribellano facendo ricorso a tutta la sana follia di cui dispongono per scardinare lo stato delle cose. La nonna si chiama Norma, la regola da trasgredire che misura tutto con un righello, in particolare le distanze tra gli oggetti. Lei è un architetto, la figura rinascimentale per antonomasia, la sintesi dello scienziato e dell’artista dismessa e dunque frustrata. Insieme si trovano a percepire la fine dell’economia minuta, divorata dalla grande distribuzione attraverso Germano, il salumiere da cui si servono quotidianamente Abbiamo capito io e la nonna la tragedia economica del nostro Paese così, poco per volta, ma un giorno più degli altri. C’era un supermercato a Rebibbia, al bancone dei salumi ci serviva Germano […] da mesi in quel supermercato c’erano sempre più vuoti e io e la nonna andavamo con la squadra e il righello nel reparto frigo degli yogurt, tra le casse della verdura, tra i pacchi dei biscotti. E il paragone erano gli spazi che aumentavano di giorno in giorno, c’erano sempre meno banane, deodoranti, pacchi di pasta, e lo spazio del sorriso di Germano il Picassiano, che per hobby dipingeva, si restringeva. Poi un giorno le serrande erano chiuse e io e la nonna eravamo lì nel parcheggio vuoto e guardavamo dentro le casse vuote e Germano era chinato a terra dentro due strisce bianche che dipingeva […] mele, carciofi, costine di vitello, budini, focaccia alla cipolla, scope. Ci ha salutati con un mezzo sorriso e noi due ci siamo seduti per terra, davanti al supermercato vuoto in attesa dei furgoni, delle luci giuste, alzando le braccia all’improvviso, Vietnam Song, la guerra era appena iniziata, per Germano, per noi, per tutti in Italia. La loro unione è l’esagerazione caricaturale e paradossale di una situazione che molti italiani vivono, fare ricorso a genitori e nonni per sopravvivere in mancanza di uno stato sociale che sappia sostenere i bisogni reali generati dalla mancanza di lavoro. L’articolo uno della costituzione è il protagonista fantasma del racconto. Relegato ad una dimensione fiabesca per assenza consolida la mortificazione dell’esistenza; Pioli racconta l’azzeramento della persona e della sua dignità quando smette lavorare e di essere un soggetto economico escluso dalle dinamiche sociali. Il silenzioso esercito pacifista bianco dei disoccupati, licenziati, cassintegrati e esodati che l’Italia ha saputo produrre in un ventennio, in nome della flessibilità e della new economy. Nonna e nipote diventano così la coscienza strampalata e impasticcata di psicofarmaci di una generazione di italiani accomunati dai problemi non dall’età. Non c’è gap, nessuna distinzione di età, solo bisogni e mancate risposte. La cassa di risonanza di questa deriva diventa la televisione, la scatola magica che tutto moltiplica in termini di importanza laddove non ne risiede a scapito di notizie necessarie e taciute. Il protagonismo del niente, il clamore della finzione e il followismo della similitudine. Nessuna capacità o talento per conquistare l’affermazione e la rivendicazione dell’esistenza, la fine del buon senso. Ne resta vittima Germano il salumiere diventato vice capo popolo del Movimento Televisivo che afferma “Solo la conduttrice Vania Vacuo può aiutarvi, farvi diventare ricchi, è inutile che scappiate, dovete farvi aiutare, siete due personaggi unici, nonna esodata e nipote sul lastrico, alla gente piacciono queste storie, dài, siete dei falliti ora, cosa volete fare?, tra poco sarete degli eroi.” Nonna e nipote allora guidano il movimento degli esodati e si denudano come in una performance di Spencer Tunick, la cui conservazione e propagazione non è lasciata all’immagine fotografica come per accade per l’artista ma alla potenza propulsiva della televisione Una nonna nuda, tutte le telecamere erano su di lei e lei stava immobile, urlava contro le decisioni del governo. Come in un affresco di Signorelli quegli uomini e quelle donne si muovevano nel pulviscolo in mezzo alle urla, agli starnuti, ai fischi, alle risate, non c’era il silenzio come davanti a Signorelli, le ragazzine intorno urlavano come a uno spettacolo, era uno spettacolo, eravamo uno spettacolo anche se non lo sapevamo. […] Quei corpi nudi ai comandi di Germano si misero a coppie, era come un rito, eravamo in diretta televisiva in tutta Italia, c’era chi formava con i corpi la lettera a, quella lettera si formava con una donna nuda a cavalcioni sul sedere di un uomo piegato in avanti. Una lettera scarlatta composta da corpi in cui il tradimento è sociale. Marguerite Yourcenar diceva che non si può avere paura delle parole dopo aver ceduto ai fatti; qui il processo è inverso persa la dignità, e vissuto lo scollamento tra significato e significante del termine, non hanno paura di cedere ai fatti, all’ammiccante sensazionalismo televisivo tout court. Fino al giorno della ribellione, in cui il protagonista decide si mettersi in proprio, di essere un imprenditore Era il giorno della ribellione, non avevo più i soldi per lo psichiatra, per gli psicofarmaci, non avevo più i soldi per andare in giro in macchina la maggior parte del giorno aspettando la chiamata del giornale, dovevo pur decidere qualcosa di buono, una svolta nella mia vita di giornalista. Io dovevo seguire le notizie che nessuno seguiva, io dovevo seguire un altro mondo che non era quello della cronaca del mio giornale. E la nonna mi aveva incoraggiato, aveva detto: “Sì, quella è la strada” […] “Smettila di fare lo schiavo, diventa padrone”. […] «Le Non–notizie», così si chiamava il mio blog–giornale su internet. Tra scoop improbabili, nuove configurazioni politiche che portano le squadre di calcio a governare il paese, a storie tristi e forti come quella di Simona, al Gabibbo presidente della Repubblica, il romanzo di Pioli è un amaro racconto contemporaneo, un tratteggio netto mai sfumato o addolcito del contingente in cui i due si muovono. La loro unione è un contratto in piena regola, un matrimonio tra nonna e nipote che suona come un mutuo soccorso, un sostegno affettivo che ha bisogno di essere sigillato da quell‘unione in piena regola che in regola non può essere. Insieme compiono il viaggio di nozze a piedi da Roma a Milano, tra buone e cattive azioni che li rendono extra umani, simpatici sicuramente e intrinsecamente poetici. Pioli ricorre a dispositivi linguistici semplici per favorire la scorrevolezza della narrazione che ha una sua complessità propria del vivere contemporaneo. I suoi personaggi si accarezzano con lo sguardo attento della lettura e il sorriso malinconico della similitudine.

Dati Aggiornati al: 02-01-2018 20:48:52

WikiEventi.it non è l'organizzatore dell'evento e non è responsabile di eventuali cambiamenti di programma.

Consultare sempre il sito web di riferimento.

 

effettua il login con facebook

Categoria: Mostre e Cultura

Quando: Domenica 07-01-2018 alle 18:00
---> L'EVENTO SI È GIÀ CONCLUSO !!!

Dove: Mondadori Bookstore - Via D'Azeglio, Bologna

Indirizzo: Via Massimo D'azeglio 34/A Bologna

Prezzo: Vario

Link: Sito Web dell'evento