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> Home > Eventi a Bologna del 31-01-2018 > Musica e Spettacoli > Zomia: letture visioni _ Incontro 1

Zomia: letture visioni _ Incontro 1

Zomia: letture visioni _ Incontro 1

 

 

Zomia* • Letture e Visioni • Zomia è uno spazio di riflessione, ispirazione e discussione che indaga la condizione umana in relazione all'ambiente, alle culture, ai contatti, alle storie. L’idea di Zomia parte dalla volontà di scambiare opinioni e visioni attorno a produzioni visuali e testuali artistiche, letterarie, poetiche, filosofiche e musicali, mettendo a confronto i diversi supporti e mezzi usati dagli autori. Attenzione particolare è rivolta ai rapporti di forza, al potere, alle realtà non occidentali, ai conflitti e agli approcci non-eurocentrici. Ad ogni incontro gli organizzatori propongono di esaminare un’opera/estratto testuale e un’opera visiva (film, video art, fotografia, pittura ecc) accomunati dalla stessa tematica. * Zomia /’zomia/ è un termine che designa un’area ad alt(r)a quota in cui per millenni gruppi di persone hanno volontariamente vissuto allo scopo di sottrarsi a modelli di governo più o meno centralizzati. Durante l'Incontro |1| come spunto di discussione/analisi prenderemo in esame estratti da 1. Testo: da ‘I dannati della terra’ di Frantz Fanon 2. Film: 'Battaglia di Algeri' di Gillo Pontecorvo I frammenti del film saranno proiettati durante l'incontro. Proponiamo qui di seguito il breve estratto che sarà esaminato durante l'incontro. p.16 Il colono fa la storia. La sua vita è un'epopea, un'odissea. Lui è l'inizio assoluto: «Questa terra, siamo noi ad averla fatta». E' la causa continuata: «Se partiamo noi, tutto è finito, questa terra tornerà al Medioevo». Di fronte a lui, esseri intorpiditi, travagliati all'interno dalle febbri e dalle «consuetudini ancestrali», costituiscono una cornice quasi minerale al dinamismo innovatore del mercantilismo coloniale . Il colono fa la storia e sa di farla. E siccome si riferisce costantemente alla storia della sua metropoli, mostra chiaramente di essere qui il prolungamento di quella metropoli. La storia che scrive non è dunque la storia del paese che egli spoglia, ma la storia della sua nazione in quanto essa rapina, violenta e affama. L'immobilità a cui il colonizzato è condannato non può essere rimessa in discussione che se il colonizzato decide di metter fine alla storia della colonizzazione, alla storia del saccheggio, per far esistere la storia della nazione, la storia della decolonizzazione. p.32 Ma torniamo a quella violenza atmosferica, a quella violenza a fior di pelle. Abbiamo visto, nello sviluppo del suo maturare, che molte cinghie ne assumono il carico e lo portano all'uscita. A dispetto delle metamorfosi che il regime coloniale le impone nelle lotte tribali o regionalistiche, la violenza s'incammina, il colonizzato identifica il suo nemico, mette un nome su tutte le sue sventure e lancia su questa nuova via tutta la forza esacerbata del suo odio e della sua ira. Ma come passiamo dall'atmosfera di violenza alla violenza in azione? Che cos'è che fa scoppiar la pentola? C'è intanto il fatto che questo svolgimento non lascia incolume la beatitudine del colono. Il colono che «conosce» gli indigeni si accorge da parecchi indizi che qualcosa sta cambiando. I buoni indigeni si fanno rari, i silenzi si estendono all'avvicinarsi dell'oppressore. Alle volte gli sguardi si fanno duri, gli atteggiamenti e i discorsi apertamente aggressivi. I partiti nazionalisti si agitano, moltiplicano i comizi, e, nello stesso tempo, le forze di polizia sono aumentate, arrivano rinforzi di truppa. I coloni, gli agricoltori soprattutto, isolati nelle loro fattorie, sono i primi ad allarmarsi. Reclamano energiche misure . Le autorità prendono infatti misure spettacolari, arrestano uno o due leaders, organizzano sfilate militari, manovre, voli aerei. Le dimostrazioni, gli esercizi bellici, quell'odore di polvere che, adesso, carica l'atmosfera, non fanno indietreggiare il popolo. Quelle baionette e quelle cannonate rafforzano la sua aggressività. Un'atmosfera di dramma s'instaura, in cui ciascuno vuole provare che è disposto a tutto. In queste circostanze il colpo parte da sé, poiché i nervi sono diventati fragili, la paura s'è impiantata, si spara facilmente. Un incidente banale e il mitragliamento comincia: è Sétif in Algeria, sono le Carrières Centrales in Marocco, è Moramanga in Madagascar . Le repressioni, lungi dallo spezzare lo slancio, scandiscono i progressi della coscienza nazionale. Nelle colonie, le ecatombi, a partire da un certo stadio di sviluppo embrionale della coscienza, rafforzano tale coscienza, poiché indicano che tra oppressori e oppressi tutto si risolve con la forza. Bisogna qui segnalare che i partiti politici non hanno lanciato la parola d'ordine dell'insurrezione armata, non han preparato tale insurrezione. Tutte quelle repressioni, tutti quegli atti suscitati dalla paura, non sono voluti dai dirigenti. Gli avvenimenti li colgono alla sprovvista. Allora il colonialismo può decidere di arrestare i leaders nazionalisti. Ma oggi i governi dei paesi colonialisti sanno perfettamente che è molto pericoloso privare le masse del loro leader. Perché allora il popolo, non essendo più imbrigliato, si butta alla sommossa, agli ammutinamenti e alle «uccisioni bestiali». Le masse dànno libero corso ai loro «istinti sanguinari» e impongono al colonialismo la liberazione dei leaders, ai quali spetterà il difficile compito di riportare la calma. Il popolo colonizzato, che aveva spontaneamente investito la sua violenza nel compito colossale di distruzione del sistema coloniale, si ritroverà in poco tempo colla parola d'ordine inerte, infeconda: «Liberate X o Y» (7). Allora il colonialismo libererà quegli uomini e discuterà con loro. L'ora dei balli popolari è cominciata. p.34 Che cos'è dunque, in realtà, questa violenza? L'abbiamo visto, è l'intuizione che hanno le masse colonizzate che la loro liberazione deve farsi, e non può farsi, se non con la forza. Per quale aberrazione mentale questi uomini senza tecnica, affamati e indeboliti, non avvezzi ai metodi organizzativi, giungono, di fronte alla potenza economica e militare dell'occupante, a credere che soltanto la violenza potrà liberarli? Come possono sperare di trionfare? Poiché la violenza, e qui è lo scandalo, può costituire, in quanto metodo, la parola d'ordine d'un partito politico. Dei dirigenti possono chiamare il popolo alla lotta armata. Occorre riflettere a questa problematica della violenza. Che il militarismo tedesco decida di regolare i suoi problemi di frontiera con la forza non ci stupisce affatto, ma che il popolo angolese, per esempio, decida di prendere le armi, che il popolo algerino respinga ogni metodo che non sia violento, prova che qualcosa è successo o sta succedendo. Gli uomini colonizzati, schiavi dei tempi moderni, sono impazienti. Sanno che solo questa follia può sottrarli all'oppressione coloniale. Un nuovo tipo di rapporti si è stabilito nel mondo. I popoli sottosviluppati fanno scricchiolare la loro catena e lo straordinario è che ci riescano. Si può pretendere che, all'ora dello sputnik, è ridicolo morire di fame, ma per le masse colonizzate la spiegazione è meno lunare. La verità è che nessun paese colonialista è oggi capace di adottare la sola forma di lotta che avrebbe una probabilità di riuscita: l'installazione prolungata di forze di occupazione considerevoli . Ci vediamo mercoledì 31 ad Officina Margherita, in via Santa Margherita, 14/A a Bologna

Dati Aggiornati al: 18-01-2018 08:47:24

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Categoria: Musica e Spettacoli

Quando: Mercoledì 31-01-2018 alle 19:00
---> L'EVENTO SI È GIÀ CONCLUSO !!!

Dove: Officina Margherita

Indirizzo: Via santa margherita 14a Bologna

Prezzo: Vario

Link: Sito Web dell'evento