C'è un solo modo di dimenticare il tempo: impiegarlo. Charles Baudelaire

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MOSTRA " MITATE" tornare a vedere a cura di Gaia Serena Simionati

MOSTRA " MITATE"  tornare a vedere a cura di Gaia Serena Simionati

 

 

A show with double opening 26th and 27th of March, 6.30 pm, MILAN , via Ausonio 1A

Una mostra con doppia apertura il 26 e il 27 marzo dalle 18 30, Milano via Ausonio 1A

MITATE
Tornare a vedere


Prenderò a prestito dalla cultura giapponese il termine Mitate, per introdurre e delineare la poetica visiva di Krzysztof Klusik. E' un vocabolo interessante, sorto nell'ambito letterario, che definisce la sovrapposizione di due immagini visive, una reale e l'altra immaginaria.
Allo stesso modo, la parola significa " un nuovo punto di vista" , il guardare le cose più e più volte, da una prospettiva diversa.
Così assume quindi il significato di metafora, perfettamente in assonanza con questo tipo di pittura, che riesce a fondere sia un linguaggio intellettuale, che freschezza di espressione pura, oltre che simboli fallaci della società che rappresenta.

Apparentemente sono due sole mani a rendere fresco, omogeneo, nitido l'olio di Krzysztof Klusik.
In realtà, una facilità di stesura cela invece diversi strati mimetizzati di lavoro denso, cristallizzato, lento. Come suture del genere umano, o sedimentazioni geologiche di rocce magmatiche, quello stesso colore che Klusik studia a fondo e prepara con cura maniacale, genera unioni di nuovi rapporti cromatici, dove una pennellata può durare anche anni, dove il gesto è deciso e i colori saturi.

Klusik dipinge, con grandissima eleganza e ironia, la condizione umana della società e dell'uomo che la abita. Dipinge quello che non tutti sono in grado di vedere. Toglie dai quadri grandi, opulenti e teatrali dei dettagli fondamentali; come ad esempio da un campo di calcio i giocatori. Dalle mani di una collezionista, il quadro che essa starebbe per appendere. O un bambino dalle braccia di sua madre.

Con questa rarefazione o ispessimento di pittura, si contestualizza una mancanza. Sia essa di valori. Come in Weed time, dove l'era commerciale, simbolo del post-comunismo, arriva in Polonia trasferendo ai giovani la voglia suburbana di divertimento, marjuana, automobili di lusso. Cose che in teoria dovrebbero cancellare ogni problema.
O la mancanza di affetto e di sentimento. Come in Born to Perform I, Mother, in cui un neonato è strappato dalle cure materne, e la madre è assente, come cancellata dal quadro.
O l'esplorazione rivista, della mancanza di un'identità precisa. Come in Born to Perform II in cui, di spalle, un individuo dai capelli fluenti confonde per la leggerezza dei tratti che lo fanno apparire come una donna da un lato e come un uomo per l'altezza e gli abiti dall'altro. E proprio questa confusione è quella che radica oggi le società occidentali mandando l'essere umano in una crisi che non ha tracce solo economiche, ma più profonde, per così dire: animiche.

In Verdict, una mano alzata, esprime un verdetto. Attraverso una sineddoche, la parte per il tutto, la mano dell'uomo, si emette un verdetto finale, da cui non si discute più. Dalla decisione emessa da un arbitro, non si ha possibilità di ribattere o rispondere, si deve solo eseguire. E' quindi una riflessione su una forma di morte, il verdetto finale su cui non si può più niente.
In Soccer, il calciatore in primo piano nasconde la figura dell'arbitro. In realtà essi sono strettamente legati da un filo invisibile. È un quadro simbolico perché parla di velocità e movimento. Il giocatore può vedere la palla in modo più veloce rispetto all'arbitro e, la pittura veloce, corposa, con pennellate brevi trasmette proprio questo senso di velocità. Anche se apparentemente, a una prima visione, si vede solo il calciatore, ri-osservando attentamente l'opera si coglie tutto il resto.


Infine, nel terzo quadro, dal titolo Field, il campo da calcio ha solo perpendicolari. E' un campo, ma anche un territorio di azioni. Qui si espleta la trilogia, Trilogy of life, dato che i tre quadri Verdict, Soccer e Field vanno concepiti assieme.
E' come se Klusik mettesse in scena un teatro, attori e palcoscenico; il gioco del calcio apparentemente solo gioco, in realtà, è un simbolo di vita, ha vincitori e vinti, giudici ed eventi, proprio come la vita stessa.


La serie dei personaggi di Klusik poi, è molto particolare. Ci si affeziona subito conoscendoli, diventano parte di noi, come degli amici di lunga data.

Apparentemente usciti dalla nostra era contemporanea: belli, eleganti, trendy, vittime di status symbols, i soggetti si mimetizzano in una personalità collettiva, come dietro ad una maschera glamour, fatta di stereotipi: occhiali da sole, abiti e scarpe firmate, cappellini, bijoux: tutti piacciono e conquistano.

Pigri e vuoti! Come molti giovani; prodotti del mondo industrializzato. Che è paralizzato su se stesso, autofocalizzato, intossicato da concetti fuorvianti, da paradigmi o teorie innaturali, ideologie sbagliate.
Ecco, il deficit odierno e diffuso: l'incapacità vera di essere se stessi. Di raccontarsi senza paura del giudizio, liberi. Il problema della società è messo in scena da Klusik in modo allarmante, quasi come una delicata imposizione.

Va ricordato che la Polonia è uno dei paesi del blocco comunista come l'Ungheria, la Romania, la Cecoslovacchia in cui è stata per anni interdetta ogni forma espressiva, tanto più se artistica, oggi attuale più che mai, date le ingerenze russe.
Il caso Klusik assorbe quindi tutta l'energia di quella repressione che per anni ne ha vietato l'espressione. E la trasforma. Lì dove non arriva la società, arriva la pittura.
Rappresentando spettri e illusioni visive, questa forma di blocco si è tramutata in enorme energia di costruzione, creazione, fare. Ecco forse perché la scuola di pittura di Wilhelm Sasnal, Rafal Bujnowski, Slavomir Elsner ha ottenuto risultati strepitosi non solo in Polonia, ma anche all'estero.
Per la freschezza di lavoro spesso incentrato sulla dicotomia tra apparire ed essere, tra reale e finzione, tra ciò che si può e non si può fare, dire, rappresentare; se l'oggetto, la persona o la sua idea, come se il quadro fosse un trattato di fisica quantistica vivo. Egli filtra una percezione della realtà che non è vera.
Le dimensioni plurime si attorcigliano su se stesse e su chi le osserva, dando vita a inenarrabili " stringhe" di emozioni. Klusik così facendo filtra una percezione della realtà che non è vera del tutto; è solo una. Ed è per questo che bisogna osservare e osservare e TORNARE A VEDERE. Per assorbire e rileggere con maggiore profondità; che forse è proprio quello di cui c'è bisogno in Italia e nel mondo oggi!

Dati Aggiornati al: 13-03-2014 15:27:10

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Categoria: Mostre e Cultura

Quando: Mercoledì 26-03-2014 alle 18:30
---> L'EVENTO SI È GIÀ CONCLUSO !!!

Dove: Galleria Effearte

Indirizzo: Via Ausonio 1A Milano

Prezzo: --

Link: Sito Web dell'evento