Le plaisir de vivre. Arte e moda del Settecento veneziano dalla Fondazione Musei Civici di Venezia

La mostra le Plaisir du Vivre al Museo Civico Collezione Davia Bargellini di Bologna (Roberto Serra / Iguana)

| 2 febbraio – 12 settembre 2021 | Museo Davia Bargellini, Bologna

Fruscii di sete e filati preziosi, fogge e accessori dalla infinita gamma cromatica, sontuosi arredi dai bagliori dorati, inchini leggiadri tra dame agghindate e gentiluomini in spadino. È un incontro tra due delle più raffinate civiltà estetiche del Settecento italiano – la bolognese da una parte, la veneziana dall’altra – quello che va in scena nella mostra Le plaisir de vivre. Arte e moda del Settecento veneziano dalla Fondazione Musei Civici di Venezia, visibile al Museo Davia Bargellini di Bologna dal 2 febbraio al 12 settembre 2021.

Promosso da Istituzione Bologna Musei | Musei Civici d’Arte Antica in collaborazione con Fondazione Musei Civici di Venezia, il progetto espositivo curato da Mark Gregory D’Apuzzo, Massimo Medica e Chiara Squarcina costituisce l’apice conclusivo delle celebrazioni che nel 2020 hanno accompagnato il centenario del Museo Davia Bargellini e l’omaggio al suo fondatore Francesco Malaguzzi Valeri, che il 30 maggio 1920 lo inaugurò all’interno del senatorio Palazzo Bargellini nel corso del suo incarico come Direttore della Pinacoteca di Bologna e Soprintendente alle Gallerie di Bologna e della Romagna.

Affascinato dalle grandi raccolte museali di arti applicate e industriali che si andavano moltiplicando in Europa sull’esempio del South Kensington Museum fondato a Londra nel 1852, Malaguzzi Valeri concepì l’idea di istituire un museo autonomo dedicato alle arti decorative, in cui fossero riunite, per scopi didattici e divulgativi, le più alte espressioni della locale tradizione artigianale di pregio. Consapevole della missione di educazione sociale al quale il museo veniva chiamato sempre più insistentemente nel coevo dibattito internazionale, nella trascrizione museografica della sua iniziativa egli predilesse criteri di allestimento secondo una sensibilità nostalgica, orientata verso la rievocazione degli interni e degli arredi dei palazzi senatori, emblematici “di quel magnifico barocco in cui Bologna trionfò su tutte le città per originalità e freschezza”.

È infatti attraverso la strategia espositiva dell”“ambientazione”, ovvero dell’idea di ricreare l’atmosfera del fastoso Settecento con le sue eccellenze nel campo delle arti applicate – oggetti, mobili, quadri legati alle abitudini di vita di cavalieri e dame affaccendati nei rituali della mondanità – che egli ritiene di facilitare, con maggior grado di efficacia, la comprensione delle opere all’interno del loro contesto. La rappresentazione quotidiana di un mondo scomparso che poteva così rivivere vividamente nell’immaginazione dei visitatori nei modi codificati del vivere, parlare, atteggiarsi, divertirsi.

Da questo principio ispiratore si è scelto di sviluppare il percorso della mostra, muovendo dalla presenza nel patrimonio del museo di numerose testimonianze frutto dell’abilità di artigiani, ebanisti e vetrai operanti nelle botteghe veneziane del XVIII secolo. Consoles, cornici, mobili, servizi da tavola in vetro di Murano trovano una eccezionale opportunità di esaltazione nel dialogo con una selezionata campionatura di pezzi provenienti dalle collezioni tessili e di abiti antichi del Centro Studi di Storia del Tessuto e del Costume annesso al Museo di Palazzo Mocenigo di Venezia. Nell’affascinante trama di intrecci e rispondenza che viene a stabilirsi tra le due stilizzazioni, trovano temporanea dimora nelle sale del museo, come ospiti attesi e perfettamente a loro agio, modelli di abbigliamento e accessori della moda sia femminile che maschile (abiti, calzature, copricapi d’epoca), esemplari nel rappresentare lo spirito frivolo e spensierato dei veneziani in fatto di moda nel XVIII secolo. Realizzati in tessuti impreziositi da ricami e merletti, questi manufatti documentano la straordinaria perizia degli artigiani del tempo nella creazione della lussuosa eleganza per la quale il patriziato veneziano andava celebre, così come la solennità del potere ecclesiastico rappresentato da raffinati paramenti sacri prodotti nella Serenissima.

Non vi è dubbio che quello del costume costituisca un punto di vista privilegiato per comprendere molti aspetti della vita politica e culturale del periodo, quando, per effetto di una diffusione sempre più ampia dell’influsso della cultura francese, il gusto per la fastosità del barocco si evolve in decoro raffinato non privo di leziosità. Nel complesso sistema di segni attraverso cui, nelle élites nobiliari europee del XVIII secolo, si afferma la massima esposizione sociale dell’individuo, il linguaggio della moda diventa infatti uno dei principali mezzi espressivi all’interno di un codice di comportamento improntato al culto rigoroso delle forme estetiche. Va ricordato come sia stata questa la prima società, nella storia della civiltà occidentale, a riflettersi allo specchio e ad analizzare in modo sistematico il proprio apparire e la propria immagine come elementi di identità distintivi.

Sul piano dell’iconografia pittorica, concorrono a ricreare l’immagine della vita quotidiana osservata nelle calli e negli interni dei palazzi nobiliari alcuni dipinti di Pietro Longhi e della sua scuola, tra cui la celebre tela Lo svenimento che testimonia l’importanza del gioco e la centralità della figura femminile nei riti dei salotti veneziani. La presenza di “scene di costume” del pittore veneziano illustra, con sensibilità per il “vero” affine a quella del coevo commediografo Carlo Goldoni, la “piacevolezza del vivere” scandita da buone maniere, buon gusto e divertimento, specchio dei tempi di una società illuminata dagli ultimi splendori albicanti appena prima del definitivo tramonto.

Apprezzato ma forse non pienamente compreso dai suoi contemporanei che lo percepirono come amabile cronista delle oziose giornate della Serenissima, Pietro Longhi venne correttamente riconsiderato da Roberto Longhi come uno degli interpreti più originali nella realtà ricca di fermenti illuministici che raggiunsero la città lagunare nella seconda metà del Settecento. Nel contesto di questa iniziativa espositiva, giova ricordare che fu proprio il grande storico e critico d’arte a riconoscere in Giuseppe Maria Crespi un ascendente diretto della pittura di Longhi. Almeno nella sua prima produzione incentrata sul mondo rustico, sul pittore veneziano dovette influire il ricordo di un giovanile soggiorno di studio a Bologna nella bottega del Crespi quando quest’ultimo, ormai in tarda età, si dedicava a quadri di genere con scene di vita popolare dopo i grandi cicli della decorazione a fresco di tema mitologico.

Alla fama di Venezia è anche indissolubilmente legata l’arte fragile e luminosa della lavorazione del vetro. Uno dei suoi saperi più autentici e fonte di prosperità commerciale della città per secoli, che seppe attirare l’attenzione ammirata di spettatori in visita da tutta Europa grazie all’invenzione di un vetro incolore e purissimo, denominato cristallo o vetro cristallino, perfezionato nelle vetrerie di Murano intorno alla metà del XV secolo.

La mostra si configura come occasione ideale per presentare in anteprima al pubblico 8 pregevoli manufatti, di varia tipologia e funzione, appartenenti alla collezione di vetri Cappagli-Serretti, recentemente donata al Comune di Bologna con la finalità di incrementare le collezioni del Museo Civico Medievale e del Museo Davia Bargellini. Realizzati da fornaci veneziane e muranesi, essi documentano in gran parte la diffusione nella prima metà del Settecento del cosiddetto cristallo “ad uso di Boemia”, un tipo di vetro con notevoli percentuali di ossido di piombo in aggiunta all’ossido di potassio, lavorabile a caldo secondo la tradizione muranese, da cui si ottiene una maggiore brillantezza.

Nel percorso selezionato tra le eterogenee raccolte del Museo Davia Bargellini che la mostra traccia, trova organica collocazione una delle opere più ammirate che si trova allestita nella sala VII: il Teatrino delle marionette, raro esemplare di manifattura veneziana del XVIII secolo, dotato di un ricco corredo di 74 marionette abbigliate con i costumi dell’epoca, 9 cavalli e una scimmia. Acquistata sul mercato antiquario nel 1922, la struttura, dotata di cinque cambi di scena, appare di indubbia matrice bolognese e bibienesca, come attesta lo stemma della famiglia forlivese degli Albicini presente sul prospetto, mentre le marionette, coeve anche se appartenenti a serie diverse, sono di fattura veneziana. Nel suo complesso, la collezione si distingue per essere senza ombra di dubbio la più importante in Italia, insieme a quella di casa Grimani ai Servi a Venezia, ora conservata al Museo Casa di Carlo Goldoni. Nel 2019 una significativa selezione di pezzi è stata presentata nella cornice della mostra Antiche marionette, a cura di Chiara Squarcina e Massimo Medica, proprio in affiancamento alla storica collezione di marionette della casa natale del celebre commediografo, per la valorizzazione congiunta di un patrimonio unico nel suo genere e simile per manifattura che ha consentito di riaccendere memorie di passati intrattenimenti e di sottolinearne il valore educativo e sociale.

Attraverso rinnovate opportunità di studio sui patrimoni delle due istituzioni museali che si è inteso

avvicinare in questo unico percorso stilistico e iconografico, il progetto della mostra ha fornito

consistenza alla possibilità di rivedere alcune attribuzioni storicizzate e contestualizzare nuove assegnazioni ragionate.

Di contro all’originaria ipotesi di attribuzione a manifattura emiliana, è da ricondursi alla bottega del maestro veneziano Lucio Lucci la produzione di tre consoles conservate presso il Museo Davia Bargellini, in legno intagliato ricco di fogliami a tralci dorati, sormontati da ripiani in impiallacciatura nera impreziosita da intarsi in madreperla e fili d’argento con lavorazione a filigrana. Esempio mirabile dell’ebanisteria veneziana, gli arredi furono realizzati nel 1698 su commissione del senatore Vincenzo Bargellini, come attestato da una corrispondenza epistolare rinvenuta nella documentazione d’archivio dell’Opera Pia Davia Bargellini. Le consoles, addossate ai muri, erano spesso in abbinamento a una specchiera o quadri di grandi e piccole dimensioni, ed erano utilizzate come base di appoggio per il vasellame, piccole teche contenenti oggetti o statue di piccole dimensioni, così come avvenne per l’allestimento del museo del 1920 e del 1924 a cura del conte Francesco Malaguzzi Valeri.

Per i Musei Civici di Arte Antica, la riconsiderazione critica ha riguardato inoltre due squisite miniature con ritrattini di due giovani eleganti, un gentiluomo e una dama, contenute entro identiche cornici con medaglione in argento ornato da strass e nastri, che sembrano mettere in risalto un rapporto di coppia e alludono alla loro possibilità di essere indossate come gioielli. Probabilmente attribuibili alla stessa mano e coevi, i due oggetti provengono in prestito dalle Collezioni Comunali d’Arte dove si trovano esposti nella sala 9, unitamente ad altre 42 miniature donate al Comune di Bologna dal marchese Pier Ignazio Rusconi nel 1930 insieme a dipinti, oggetti e arredi.

La coppia di miniature spicca per stile e qualità. La freschezza dell’esecuzione pittorica e la profonda espressività degli sguardi sono elementi distintivi di una mano particolarmente abile nel ritrarre e di uno spirito d’osservazione straordinariamente acuto, che hanno concorso a sostenere l’attribuzione a Rosalba Carriera, o al suo ambito, in una datazione compresa tra il 1730 e il 1740. Sono eseguite ad acquerello su avorio anziché su pergamena, tecnica innovativa di grande fortuna di cui la pittrice fu fautrice al suo esordio artistico.

Tuttavia, gli abiti indossati dai due personaggi effigiati sembrano adattarsi alla moda veneziana in un periodo successivo, tra gli anni cinquanta e gli anni ottanta del Settecento, per via della sensibilità estetica contenuta da un evidente senso della misura. Un elemento che non trova riscontro nell’aspetto aristocratico dei ritrattini di Rosalba Carriera, cui le due miniature bolognesi sono state attribuite in passato e che inducono a prendere in considerazione l’ipotesi già formulata da Guido

Zucchini nel 1938, il quale attribuiva i due oggetti alla “Scuola Veneziana fine del sec. XVIII”.

Secondo la proposta avanzata da Bernardina Sani nella scheda in catalogo, una direzione feconda da

indagare potrebbe indirizzarsi verso l’approfondimento dei rapporti con il collezionismo delle famiglie

bolognesi che il pittore Pietro Antonio Novelli intesse durante il suo soggiorno nel 1773-74, in occasione dell’incarico per decorare a tempera la dimora di Fabrizio e Prospero Fontani.

Per i Musei Civici di Venezia, l’ipotesi di revisione attributiva riguarda il dipinto Passatempi in villa:il minuetto parte di un nucleo di quattro tele acquisite nel 1939, tutte di uguale formato e prive didata e firma. Il minuetto appartiene a un breve ciclo pittorico dedicato ai Passatempi in villa, delquale La cucina, Il convito e Il concerto narrano gli episodi precedenti, declinati sulla tematica deglisvaghi in villeggiatura del patriziato veneziano, partendo dai preparativi mattutini sino alla festa serale. Secondo Luigi Zanini, autore della scheda in catalogo: “Ciò che le differenzia da altre operecon temi consimili è soprattutto il tono veritiero e spigliato della riunione aristocratica, nonaneddotico o affettato, bensì più rilassato e gioviale, proprio della vita in campagna, della qualepare quasi la trascrizione su tela di un evento realmente avvenuto. I Passatempi in villa sono stati alungo liquidati come produzione di un ignoto veneto esercitante alla maniera del Longhi, uno dellanutrita schiera di imitatori e interpreti attivi a Venezia negli ultimi decenni del Settecento, oggi daiprofili più o meno farraginosi e spesso considerati meri brani dal valore documentario; ora vengonoinvece ritenuti riconducibili agli esordi veneziani del veronese Gaetano Grezler, trasferitosi a Veneziaverso il 1786, probabile data prossima alla loro realizzazione. Proprio a Verona, verso la metà delSettecento, si sviluppò infatti un filone della pittura longhiana declinato proprio con la piacevolezzae la cordialità sopra descritte, sebbene talvolta rese esacerbate e caricaturali come nel caso di fra’Felice Cignaroli, primo maestro del Grezler. L’attribuzione, proposta nel 2003 da Alberto Craievich,ce li restituisce finalmente emancipati dalla falsante patina oleografica di banali scene di costumeveneziano che diventarono, al pari della veduta, pretesto per un elegante souvenir”.

Grazie alla generosa collaborazione prestata da 8cento APS, la mostra si prolunga online con una serie di 14 video-clip in cui rievocatori e figuranti in costume danno vita a una suggestiva rievocazione del Settecento attraverso momenti di racconto, danza e lettura.Nelle sale del museo si animano così brevi scene di vita quotidiana con accessori d’epoca, accompagnate da spiegazioni di dipinti e curiosità sui numerosi passatempi settecenteschi. Ogni video è incentrato su un aspetto specifico: il gioco, la vestizione, il trucco, il ventaglio e il suo linguaggio, la musica e i momenti della giornata, oltre a note introduttive sulle ragioni della mostra e le particolarità del museo. La serie di video, curata da 8cento Media, è visibile sulla pagina Facebook dei Musei Civici d’Arte Antica.

La mostra è accompagnata da un catalogo pubblicato da Silvana Editoriale, a cura di Mark GregoryD’Apuzzo e Massimo Medica, contenente saggi di Massimo Medica, Mark Gregory D’Apuzzo, Chiara Squarcina, Luigi Zanini, Doretta Davanzo Poli, Marina Calore, Irene Graziani e schede delle opere. Il volume si arricchisce inoltre di un ampio apparato fotografico realizzato appositamente per questa occasione da Roberto Serra, al quale gli organizzatori esprimono un ringraziamento speciale.Durante il periodo di apertura della mostra è previsto un calendario di attività rivolte al pubblico degli adulti e delle famiglie, a cura di RTI Senza Titolo S.r.l., ASTER S.r.l. e Tecnoscienza. Prenotazione obbligatoria: tel. 051 236708 (dal martedì alla domenica h 10.00 – 14.00) –musarteanticascuole@comune.bologna.it. Lo svolgimento delle attività in presenza è subordinato alle disposizioni governative in merito all’emergenza sanitaria in corso, le attività per bambini si svolgono in diretta on line. Per informazioni e prenotazioni si rimanda al sito www.museibologna.it/arteanticao alla paginaFacebook dei Musei Civici d’Arte Antica

Visite guidate

venerdì 5 febbraio 2021 h 17.00
venerdì 12 febbraio 2021 h 17.00
venerdì 26 febbraio 2021 h 17.00
venerdì 5 marzo 2021 17.00
venerdì 26 marzo 2021 h 17.00
venerdì 16 aprile 2021 h 17.00
venerdì 7 maggio 2021 h 17.00
venerdì 28 maggio 2021 h 17.00
venerdì 11 giugno 2021 h 17.00
venerdì 25 giugno 2021 h 17.00
venerdì 23 luglio 2021 h 17.00
venerdì 27 agosto 2021 h 17.00
venerdì 10 settembre 2021 h 17.00

Ingresso: € 4 a partecipante
Laboratori on line per bambini e famiglie
martedì 16 febbraio 2021 h 17.30
mercoledì 10 marzo 2021 h 17.30
giovedì 1 aprile 2021 h 16.00

Durante il periodo di apertura della mostra è previsto un calendario di attivitàrivolte al pubblico degli adulti e delle famiglie, a cura di RTI Senza Titolo S.r.l., ASTER S.r.l. e Tecnoscienza.
Prenotazione obbligatoria: tel. 051 236708 (dal martedì alla domenica h 10.00 – 14.00) – musarteanticascuole@comune.bologna.it.
Lo svolgimento delle attività in presenza è subordinato alle disposizioni governative in merito all’emergenza sanitaria in corso, le attività per bambini si svolgono in diretta on line.
Per informazioni e prenotazioni si rimanda al sito www.museibologna.it/arteantica o alla pagina Facebook dei Musei Civici d’Arte Antica.