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Paradiso 20/19

Paradiso 20/19

 

 

Paradiso 20/19 - Prove per un’Utopia necessaria Azione d’arte, architettura e danza per politiche naturali in terra Museo d’arte contemporanea MACRO - Roma - Project Room foto di Gerald Bruneau Il Paradiso è qui, il paradiso è ora. Il Paradiso è necessario adesso. Ma non come lusso o svago di un pomeriggio. Il paradiso è un’arte da confabulare insieme, attorno alla terra, sulla terra e con la terra. Proprio quella che ci troviamo sotto i piedi. Da anni Geologika Collettiva architetta, studia e costruisce con la terra cruda e con altri materiali naturali e antichi di origine esclusivamente locale, cioè della terra in cui di volta in volta lavora. Case, ambienti esterni e interni d’uso quotidiano, oggetti d’arte, realizzati da Geologika sono in tutta Italia, dal Piemonte, alla Puglia. Con Paradiso 20/19, con quest’azione ad arte, al MACRO, continuiamo il nostro lavoro di plasmazione della casa di tutti - la terra - con la forza dell’utopia che solo un lavoro condiviso può dare. Per questo partecipiamo, trovandoci a nostro agio, come già nel nostro elemento, al progetto MACRO Asilo, museo attivo, interattivo, aperto. Aperto soprattutto al futuro. Futuro aperto e anteriore è il tempo che ci portiamo dentro come risorsa, il tempo che scandisce il ritmo del nostro Paradiso. Mentre il tempo reale, quello del 2019, cammina frenetico sul cemento che si sbriciola veloce; nel Paradiso 20/19 – venti, diciannove – si conta all’indietro: si torna indietro, ci si sporca le mani con la terra. La terra e i sassi di Roma, come quelli del Colosseo, che è lì da più di 2000 anni. E vede i ponti del progresso che crollano. A questo punto andare indietro è andare avanti. Andare indietro è andare a questo noi che sa dove mettere le mani per fare, per eventualmente riparare, perché sa sporcarsi le mani e i piedi con la terra. Questo noi che siamo è il selvatico che ci portiamo dentro. Quell’uomo sperimentale che sa provare, imparare a plasmare un sapere che scorre sotto i nostri piedi - che sa anche aprire a forza le stolte guaine d’asfalto, lavorando ogni istante. Da questo istante, continuo, che è il lavoro di vita della terra, al pensiero eterno, utopico del Paradiso, si passa danzando. Si passa a ogni passo, se fatto nella libertà del corpo, qualsiasi corpo, nella sua libertà, perché ogni passo in questa direzione è verso il paradiso, verso la selva creativa delle possibilità. Cioè lontano dai labirinti infernali dai prefabbricati squadrati, dagli stabili civili che speculano sulle stragi di civili. Dal cemento, dall’asfalto e da tutte le altre merci a scadenza programmata, che ritagliano spazi dove il corpo vivo, mortificato, diventa quadrato, rigido, difficile alla semplice gioia del movimento. Eppure è danzando che si fanno tante cose. Sì, si fa! Danzando sulla terra si plasma la terra per costruire muri per fare case, per fare come fa chi nella terra vede la vera ricchezza, risorsa madre e forza. Questo sapere antico non fugge da nessun confronto con nessun postmoderno, non sfugge a nessun mondo globalizzato, perché è anche un sapere del presente. È quello che oggi e da secoli costruisce case, edifici eterni in Italia, in Mali. In molti altri luoghi della terra dove percorrere, costruire, abitare viene da pensare, insieme. Luoghi da cui il pregiudizio dice che arrivino solo i “dequalificati”. Dequalificante è la disumanità dei porti chiusi, delle solidarietà mozzate a colpi di sbarre di carcere. Squalificante è l’ostinazione quadrata dell’indifferenza, della fretta, che inquina la ricchezza terra di veleni. Che da anni mentre se lo dice, continua a mentirsi e continua a correre, sul Titatic. E corre ovunque verso l’iceberg fatto dal pianeta terra, la stessa, inaridita e inquinata dal consumo smisurato di un manipolo e dalla cinghia, dall’altra parte, stretta alla vita dei popoli, alla gola. Questo tempo che si crede progresso è come quello che bruciava cerri nel fuoco, poi stüke, pezzi, cioè uomini, ma un po’ meno, piuttosto roba da ardere. Per questo il tempo per attuare Paradiso è con una certa urgenza, è adesso. Foto di Carlo Rossi Come il selvatico che siamo, il Paradiso va tolto accuratamente dal packaging, liberato dalle qualsiasi ricoperture stilose e lasciato a prender aria e pioggia al nudo, a prendere sole e atmosfera. A riprendersela. Il paradiso in terra, l’avvelenata, la stessa, non avendo niente da perdere, non ha gente eletta, né cancelli con chiavi. Paradiso Geologika ne accetta di tutti i colori. Con una preferenza forse per gli dèi-qualificati di tutti i giorni, e sempre di tutti i colori, che vengono a sporcarsi le mani con la materia eterna terra. Materia che è la stessa Gea di Gea e Urano, narrata in tante lingue e in nessuna. Nessuna lingua come quella preistorica della donna primitiva Eva, che è un’altra forma del femminile primordiale, di Lilith che è un altro volto della regina di Saba. Anche noi, uomin* e donn* di tutti i generi e di tutti i ruoli, in Paradiso 20/19 andiamo scartati dal nostro packaging, dal nostro bagaglio di settore loco-loculo regionale, funzionale al capitale, liberati dai nostri brandelli di piccole etichette. La vertigine biblica, mitologica – e di ogni mitologia – fa parte del gioco della creazione. Ne fa parte soprattutto il lavoro di scartare, disvelare le narrazioni del mito per trovarci noi: uomini e donne, e a tu per tu con la materia dei nostri desideri, spogli dalla paura di crescere, creare. Foto di Gerald Bruneau Eva, ad esempio, ha di che disfarsi, in questi pochi anni che sono la quasi eternità del suo piano subalterno. Un piano sempre scivoloso, a volte fino al baratro, che si può intravedere già nella vicenda della mela, del serpente e del peccato originale, in sostanza della colpa. Condividere questa colpa con lei, portarle e condividere con Eva una mela è un’azione per tutt*, che innesca Paradiso 20/19. Accendere questa miccia creativa è alla portata di tutt* come lo è la danza di un gesto quotidiano che dice: “sono qui a metà, lo vogliamo insieme”. Anche Adamo, il maschile, il padre è stretto, nel tempo del lavoro come condanna. Lui che può, lui che deve, perché - sempre nel tempo del progresso - il suo lavoro vale più di quello di Eva, è pagato di più. Così corre, e rincorre, tra gli altri caimani, la sua dose di benessere effimero, prefabbricato, cementato, presto sbriciolato - contribuendo soprattutto, ovunque complice, allo spreco di ricchezza della terra. Subalterno anche lui, dentro una vita che gli scivola, incastrato in una giornata affittata al profitto di pochi, sempre altri, si perde la vita degli affetti, delle emozioni, la disimpara. Per tutt*, Adam e Ev* di ogni genere e ruolo, entrare in Paradiso 20/19, anche solo praticarne la terra coi piedi, è come scartare, scartarsi da queste impalcature. È come cominciare a chiamare le cose con una nuova lingua. È come un nuovo lavoro; di cura, conoscenza e alleanza con la vera ricchezza terra. La terra che non sporca, che non scade, che non muore, se non imbastardita dai prodotti della fretta, della straordinariamente vasta stoltezza possibile. Così Paradiso 20/19 è un laboratorio, un gioco di creazione forte di sapere, di saperi che sono antichi come il nostro futuro. Nel gioco della creazione entrano i veri poteri forti, dentro, sotto, intorno a noi. Con Feuerbach e tutte le religioni - filosofie umane dei più o meno forti - entra lo sguardo lucido del selvatico che fa i conti con i suoi sentimenti e costruisce da desideri e paure. Entra un io che sa, con l’aiuto dei suoi frutti, del suo sapere – non solo la mela – sa disperdersi nel noi, vedersi come, uguale all’altro e niente senza gli altri. Entrano tutti i miti dell’umano per essere spogliati, fino a trovarci come siamo, tutti umani capaci insieme di creare.

Dati Aggiornati al: 19-06-2019 00:19:09

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Categoria: Mostre e Cultura

Quando: Alle 10:00 dal 09-07-2019 al 15-07-2019
---> L'EVENTO SI È GIÀ CONCLUSO !!!

Dove: MACRO - Museo d'Arte Contemporanea Roma

Indirizzo: via Nizza, 138 Roma

Prezzo: Vario

Link: Sito Web dell'evento