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Mandragola

Mandragola

 

 

“Mandragola”
di Niccolò Machiavelli

con Igor Chierici, Jurij Ferrini, Raffaele Musella, Michele Schiano di Cola, Angelo Maria Tronca, Claudia Benzi, Cecilia Zingaro
luci di Lamberto Pirrone
costumi di NuviaValestri
pittura scenica di Cris Spadavecchia
scenografia di Jurij Ferrini
regia di Jurij Ferrini

Progetto URT / Compagnia Jurij Ferrini – Ovada
16° anno di repliche

Proviamo a fare un salto indietro nel tempo di quasi cinque secoli, ci troviamo nel pieno rinascimento italiano, un’epoca in cui c’era di che esser fieri del nostro sventurato paese; eppure tra le più autorevoli figure artistiche che hanno lasciato il segno con le loro opere nella storia dell’umanità, da Raffaello al Brunelleschi, da Michelangelo a Leonardo da Vinci, ci si ritrova di fronte, dal punto di vista teatrale, al “caso unico” di un’opera straordinaria della drammaturgia di tutti i tempi, MANDRAGOLA di Niccolò Machiavelli.
Il mio stupore s’accende già davanti al fatto che un genio come Machiavelli, l’autore de Il principe e delle Istorie fiorentine, uomo politico, grande ed appassionato studioso e scrittore di filosofia, che ha in qualche modo inventato e contestato la “politica moderna” (la diatriba è aperta e non mi sento proprio di chiuderla io)… insomma sembra che questo insigne letterato non abbia mai fatto altro che scriver commedie, data la perfezione assoluta di questa partitura teatrale, un semplice e geniale meccanismo comico, allegorico, satirico e graffiante; e invece, a parte la meno fortunata Clizia, e la riscrittura dell’Andria di Terenzio non si ha notizia di alcuna altra commedia che possa essere a lui attribuita.
MANDRAGOLA, ispirata da un motivo erotico-cortese – d’ascendenza medievale e di sapore decameroniano, ossia l’innamoramento da lontano per semplice suggestione durante una disputa sul primato di bellezza “tra le donne italiane e quelle franzesi” – non è solo una perfetta macchina comica ma anche una meravigliosa allegoria sulla “corruzione della logica politica”, allegoria che scambia i vizi della vita pubblica con quelli della vita privata, allargando il suo orizzonte critico anche al clero (infatti non si ricorda spesso che quest’opera è stata messa all’indice dalla chiesa cattolica per più di 400 anni, fino ai primi anni ’50!) e che in quasi cinque secoli di storia – e qui sta il secondo motivo di stupore nel riprenderla in mano oggi – non solo non ha perso mordente sull’attualità, ma al contrario è stata in qualche modo una lucidissima premonizione sui nostri tempi, rivelando la nostra stessa identità di popolo e le radici profonde di un malcostume – ahimé – tutto italiano.
MANDRAGOLA è stata per me, anche e soprattutto, l’incontro con Paolo Bonacelli, uno dei grandi interpreti del cinema e del teatro italiano che, ancora curioso e in cerca di nuovi stimoli, si è proposto al debutto per il festival di Borgio Verezzi, quale magistrale interprete di Messer Nicia Calfucci, lo straordinario protagonista di quest’opera, ruolo che aveva interpretato anni fa per la regia di Mario Missiroli.
La bellissima lingua musicale, armonica, piena di latinismi e francesismi, con echi dell’accento toscano odierno è assolutamente comprensibile quando viene parlata e quindi ascoltata. E’ invece un testo infernale da leggere, molto meglio goderselo a teatro.
E per noi interpreti presto diventa una lingua che puoi parlare per gioco anche nella vita, diventa una lingua nella quale riusciamo perfino ad improvvisare in scena. E’ stato forse il passaggio più duro del lavoro prendere contatto, memorizzare e fare propria questa straordinaria parlata. Però poi accade che non la scordi mai davvero.
Ma questa commedia è ancora attuale?
Ci sono ancora in giro persone semplici come Messer Nicia?
Per approfondire qualche curiosità sulla nostra messinscena, partiamo dalla “storia di corna” con un dato statistico un po’ inquietante: il 15% della popolazione mondiale non possiede il patrimonio genetico del padre che ritiene tale.
Ossia circa una persona su sei è figlia di un tradimento, di una corruzione, di una slealtà.
Non appena si solleva il velo sottile che Machiavelli pose sulla sua commedia al fine di non incappare in ulteriori pene (quando la compose era di gia’ in esilio per le sue graffianti opere in materia politica e i sarcastici consigli al Principe) si scorge con una certa chiarezza la perfetta metafora della profonda ignoranza di un intero popolo che non vuole vedere la meschina astuzia dei pochi facoltosi oligarchi che lo governano. I potenti all’epoca erano temibili, condannavano a morte, alle pene corporali, se ne aveva paura. Oggi le cose sono molto cambiate…oggettivamente. Ma io vorrei che voi provaste a guardare Madonna Lucrezia come fosse il nostro bellissimo paese: l’Italia; Callimaco come un appassionato amante che vuole “possederla” con uno strampalato stratagemma, facendosi aiutare da un faccendiere come Ligurio e dal terribile Fra’ Timoteo, sinistra espressione del clero più corrotto…beh’ allora…le cose saranno anche cambiate ma lo stesso perfetto ingranaggio comico inizia a trascendere la vicenda dei meschini protagonisti e a parlar direttamente a noi… di noi.
Al di là della facile ironia – facile anche perché arricchita quotidianamente da una cronaca politica che ha ormai sfondato i limiti del tragicomico, dell’assurdo e del paradossale – mi pare d’avere scorto un altro livello che sta sopra (o sotto, se volete) i movimenti di tutti questi protagonisti maschili: l’amore è il motore di questa vicenda perché amore è istinto vitale all’immortalità (dal latino a-mors, non-morte). L’amore, la pro-creazione (Nicia, ormai anziano, vuole a tutti i costi un figlio) o la creazione, anche artistica, ci danno l’illusione di lasciare qualcosa di nostro su questa terra, quando verrà il momento di lasciarla. E allora, a ben vedere, questo marito cornuto e felice racconta un po’ tutti noi, nella nostra più intima coglioneria di voler possedere qualcosa per sentirci vivi.
Oggi, più che mai, sono i beni materiali, i soldi, il potere, a darci l’illusione di essere vivi in eterno.
Ecco perché abbiamo espresso per tanti anni una intera classe dirigente che necessita di potere, danaro e controllo. La speranza che personalmente vedo in questa commedia, alla fine davvero amara, è la nascita di un bimbo. Forse se tornassimo a pensare a loro, a guardare ancora il mondo con quello sguardo curioso ed innocente, salveremmo almeno la nostra intelligenza e qualcosa di buono potrebbe ancora venire, pensando magari a chi verrà dopo di noi, come facevano un tempo gli statisti e non limitandoci a fottere il più possibile in una sola “legislatura”.
Jurij Ferrini

Il PROGETTO U.R.T. (Unità di Ricerca Teatrale), nasce dall’incontro di un gruppo di attori diplomati alla Scuola del Teatro Stabile di Genova con l’idea di creare una compagnia teatrale indipendente.
Dal 1996 Il PROGETTO U.R.T. si impegna nella realizzazione di un progetto di ricerca: evitare le astrazioni e i formalismi d’effetto, e concentrare l’attenzione su un lavoro che indaga analiticamente e rispettosamente i testi classici, studiandoli a fondo, restituendoli con freschezza e grande cura, con profonda sensibilità per la lingua, e con un solido e raro lavoro sulla preparazione dell’attore, in una chiave di lettura spesso felicemente comico-grottesca
Abbiamo prodotto e fatto circuitare i nostri spettacoli in tutte le 20 regioni d’ Italia, ricordiamo tra i maggiori successi testi di Shakespeare, Pinter, Beckett, Brecht, Machiavelli, Cechov, Goldoni, Mamet, Williams.
http://www.progettourt.it/
[scheda a cura della compagnia]

Informazioni e prenotazioni: Santibriganti Teatro tel +39 – 011 – 643038 (dal lun. al ven. ore 14–18)
Teatro Civico Garybaldi di Settimo Torinese +39 – 011 – 8028501 www.santibriganti.it

Dati Aggiornati al: 03-03-2016 11:29:42

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Categoria: Musica e Spettacoli

Quando: Sabato 05-03-2016 alle 21:30
---> L'EVENTO SI È GIÀ CONCLUSO !!!

Dove: Teatro Civico Garybaldi

Indirizzo: Via Partigiani,4 Settimo Torinese

Prezzo: --

Link: Sito Web dell'evento