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Giuliana Cupi presenta Tempo tiranno di Davide Pelanda. In anteprima il mio pezzo sul volontariato

Giuliana Cupi presenta Tempo tiranno di Davide Pelanda. In anteprima il mio pezzo sul volontariato

 

 

Giovedì 24 ottobre alle 18 sarò alla Libreria Belgravia di via Vicoforte, 14 D a presentare Tempo tiranno, l'ultimo libro di Davide Pelanda.

Il tema, come sa chi segue il mio percorso di ricerca intellettuale ed esistenziale, mi sta particolarmente a cuore, ma non solo da ora. Ne scrissi già tempo fa in un articolo che Davide ha scovato e inserito nel suo libro. Grata per la citazione, lo ripropongo qui come anteprima dell'incontro.

Giuliana

Non lo fo per piacer mio...
Le attività di volontariato possono essere retribuite? O lo si fa per " diventare santi" ? - Dibattito sul senso del volontariato. (*)

di Giuliana Cupi

Ho pranzato con Livia Papi della Banca del Tempo di Chieri (TO), organizzatrice della stessa. In un mondo dall'età media decisamente elevata come quello della volontarietà è stata una piacevolissima sorpresa incontrare una persona giovane, entusiasta e con vedute decisamente convergenti con le mie.
Mi ha raccontato per esempio che le è successo di sentirsi dire che chi fa parte della Banca del Tempo non è un volontario, " perché in cambio riceve qualcosa" . Un pensiero di esemplare bigotteria che, come ho commentato sghignazzando da quella dissacratrice che sono, mi confermava nell'idea che il volontario è nella società odierna l'addetto ufficiale alla gestione della sfiga, compito che deve svolgere assolutamente in cambio di nulla e se poi ci rimette anche del suo, tanto meglio.
D'altronde mi era capitato poco tempo prima di essere coinvolta nella leggendaria disputa sul se le attività di volontariato possano essere retribuite, diventando così delle occupazioni a tutti gli effetti, e di sentirmi rimproverare che non sia mai che il vile denaro contamini qualcosa che si fa perché ci si crede. Non era la prima volta che affrontavo simili argomenti, ma nella fattispecie la diatriba aveva luogo all'interno di Servas (Servas International è un network cooperativo mondiale di scambio culturale che si prefigge di mettere in contatto le persone per costruire la comprensione, la tolleranza, il rispetto reciproco e la pace nel mondo. Per farlo punta all'incontro umano tra individui. Servas significa " siamo al servizio" , nel senso di " siamo al servizio della Pace" , nella lingua esperanto) e la cosa mi toccava quindi più da vicino, non foss'altro per le energie che ci metto dentro.
Avevo risposto come tutte le altre volte e cioè che questa visione del mondo presenta diverse contraddizioni in termini, la più evidente delle quali è che, se il volontariato è la voce del nostro cuore fatta azione per il bene comune, ne consegue che quello che si fa per vivere non ci tocca poi granché; anzi, dato che non abbiamo evidentemente quella gran fiducia nella sua utilità, magari non ci applichiamo neppure più di tanto in quel frangente. E' bizzarro che gente così ripiena di buoni sentimenti trascuri il fatto che il lavoro dovrebbe essere il nostro primo contributo verso la collettività, dal momento che siamo perfino pagati per farlo, cosa che sembrerebbe accettabile solo quando avviene in seguito al dispendio di tempo ed energie che consideriamo poco nobilmente spesi.
Se invece " ci crediamo" , se è qualcosa che riteniamo buono e giusto, allora essere retribuiti suona disdicevole: si vede che dobbiamo contentarci della soddisfazione morale, neppure le ricompense in natura come nella Banca del Tempo sono accettabili - figurarsi allora l'ospitalità che viene scambiata in Servas.
In effetti io stessa devo aver assorbito mio malgrado questa mentalità, perché difficilmente pensavo a me stessa come a una volontaria, abituata com'ero alla concezione " soccorrevole" che pure nel mio immaginario questa doveva avere. E' stata proprio Livia a togliermi dall'impaccio dicendo: " Noi facciamo prevenzione. Aiutiamo la gente a incontrarsi, conoscersi, fidarsi, darsi una mano: ti pare poco?" .
No, affatto, mi pare un gran bel lavoro. E mi piacerebbe farlo per professione, mi piacerebbe che fosse la mia attività principale e mentre dico così mi rendo conto che il garbuglio lessicale aumenta perché Servas e tutto il resto della mia vita fuori dall'ufficio sono lavori, sono attività, sono addirittura professioni (ché a volte ci vuole una gran fede per continuare a farle), ma non mi permettono di mantenermi perché non ne ottengo in cambio dei soldi con cui pagare l'affitto, il cibo, le spese.
Quelli, in questa società, li si ottiene solo con occupazioni " produttive" . Per esempio, dare informazioni pressoché inutili in un call-center è produttivo; importare jeans prodotti da ragazzine schiave in Cina e venderli a trenta volte il loro valore è produttivo; convincere i medici a prescrivere farmaci ed esami inutili in cambio di buone mancette è produttivo; prescriverli è produttivo, perfino comprarli lo è, perché fa aumentare il PIL. Ma impedire che la gente abbia bisogno di imbottirsi di psicofarmaci e antidolorifici creando occasioni di vita comunitaria non lo è; accogliere i bambini della vicina dando loro pane e marmellata e graziandoli di un paio di ore di TV supplementari il giorno non lo è; permettere a un viaggiatore di sentirsi accolto in un posto che non è il suo dandogli l'occasione di capire dov'è finito e magari evitandogli di fare qualche danno economico o sociale non lo è. Non lo è neanche accompagnare gli anziani alle visite, tenere compagnia agli handicappati, portare a passeggio i cani dei canili, raccattare i feriti per strada, insegnare l'italiano agli stranieri, accudire i senzatetto, far conoscere e preservare il patrimonio artistico: infatti tutte queste cose le fanno i volontari.
I quali si sentono nobilitati dal farle in cambio di nulla, che non è affatto una gratificazione di poco conto. Perché ciò di cui riflettevamo con Livia è anche questo: nessuno fa qualcosa per niente, è una legge di natura, nessuno può permettersi di agitarsi inutilmente. Immateriale finché si vuole, la ricompensa dev'esserci, e infatti la quintessenza del volontariato puro è racchiusa nella famosa frase: dànno molto più loro (gli sfigati che assisto) a me di quanto io non dia a loro. Mi fanno sentire buono, grande, generoso, disinteressato, altruista. Troppo comodo far qualcosa in cambio di soldi.
Troppo comodo soprattutto per una società organizzata sullo smercio compulsivo avere gente così che si occupa delle cose che umanamente sono le più importanti, ma che rendono poco e nulla, e poter continuare a incanalare soldi e attenzioni pubbliche verso bufale colossali. Troppo comodo continuare a procacciare il proprio utile lasciando che i problemi sociali ed esistenziali si accumulino, tanto ci sarà pure qualche anima bella che se ne occupa. Troppo comodo che queste continuino a ritenere che la giusta ricompensa non può coesistere con la bontà, l'equità, l'opportunità morale di un'azione.
Non per avidità, non per considerare il denaro il metro delle cose, ma perché in una società complessa e vasta come la nostra, dove il baratto è difficilmente praticabile, l'economia monetaria è praticamente irrinunciabile, salvo praticare scelte di vita decisamente alternative che non tutti hanno voglia di fare e che di nuovo confinerebbero modelli di vita " alternativa" al livello dell'eccezione un po' strampalata. Sarebbe ora di cominciare a dire che è sacrosanto voler vivere facendo ciò che si pensa sia la cosa migliore, sottraendo risorse al Moloch del consumismo e redistribuendole in senso più etico senza ammantarsi di moralismi fuori luogo.
Non per diventare santi, ma perché staremmo meglio tutti.

(*) articolo tratto dal mensile Tempi di Fraternità - n. 8 ottobre 2008


Dati Aggiornati al: 23-10-2013 11:42:43

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Categoria: Mostre e Cultura

Quando: Giovedì 24-10-2013 alle 18:00
---> L'EVENTO SI È GIÀ CONCLUSO !!!

Dove: Libreria Belgravia

Indirizzo: Via Vicoforte 14/d- Torino Torino

Prezzo: --

Link: Sito Web dell'evento