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Venerdì 10 gennaio - El Colibrì. Nel vento incessante di Victor Jara

Venerdì 10 gennaio - El Colibrì. Nel vento incessante di Victor Jara

 

 

in sala Gabriella Poli, alle ore 21

A cura del " Gruppo Teatro Devadatta" . Ingresso libero

Vincenzo Mulè, tiple, quatro, quena, charango, voce solista
Alessandro Fassi, basso, voce
Giovanni Maiandi, chitarra, voce
Giovanni Ligios, chitarra, " sa trunfa" , voce solista
Roberto Sandrone, percussioni
Dario Cambiano, charango, armonica, voce solista e recitante
Mario Coppotelli, cajon, percussioni, voce solista e recitante
Loredana Arcidiacono, flauti, fisarmonica, voce solista e recitante

Testi di Cesàr Vallejo, Oscar Arnulfo Romero, Alfonsina Storni, Victor Jara.

Adattamento e regia: Mario Coppotelli

A Victòr, Mercedes, Violeta. Ad Oscar Arnulfo Romero.
1973 - 2013

Una delle cose che più colpiscono nella poetica di Victor Jara è la presenza del vento; il vento del popolo lavoratore (Vientos del pueblo), il vento che picchia la finestra di Maria (Abre la ventana), il vento che anima e fa volare il piccolo aquilone di Luchin. La terra del Cile, il sole che brilla sull'uomo che spinge l'aratro nella terra (El arado), e il vento.

Incessante. Come incessante è stato il vento dell'Ideale che ha animato questo piccolo uomo che è stato cantore, teatrante, regista di programmi televisivi e collaboratore della moglie danzatrice, muovendosi nell'alveo di un'espressione artistica globale, a larghissimo raggio.

Un Ideale che andava oltre la militanza comunista che gli era propria, militanza figlia di un tempo nel quale, ovunque ed in special modo nel Sud-America, chi era " contro" era " comunista" , nell'accezione più elevata del termine. Un sogno di Giustizia, di condivisione.

Una testimonianza accesa della possibilità e dell'urgenza di un Uomo nuovo, della necessità di uno slancio in verticale che andasse oltre la vita e la visione della realtà di ognuno.

Uno sforzo " religioso" . Una adesione creativa, libera e innamorata alla spinta dello Spirito senza nome e indefinibile. Una Utopia.

Come sempre, nella tensione insopportabile dell'Utopia lo sforzo dell'Uomo è destinato alla sconfitta, così anche Victor Jara ha " perso" . Come ogni suo e nostro compagno di viaggio nei dintorni dell'Utopia.

Perché di fronte alla inevitabilità della morte, al " fascismo" e " totalitarismo" che riappare a cicli, di fronte ad uno dei tanti " tsunami" ricorrenti sembra non esserci costruzione sociale e ideale che tenga, non amicizia, slancio, lotta, non c'è arte che resista.

Niente sembra esistere oltre questo limitare.

A molti giovani di quel tempo è capitato di immaginare se stessi reclusi con Victor e i cinquemila nello stadio di Santiago, dopo il bombardamento della Moneda e il discorso di addio alla radio del presidente Allende, in quel presente che parlava della fine reale di tutto il progetto di Unidad Popular, in mezzo a voci brutali e ordini secchi, di fronte ai fucili, alla violenza, alla paura, quella vera. Di fronte alle macerie violente dell'Uomo dove solo un genere di uomo è padrone.

Nel momento di maggior assenza dell'Ideale, di quella spinta verticale di cui parlavamo, nel centro della fine di tutto, della " morte di Dio" e della solitudine dell'Uomo di fronte a se stesso e alla ridicola inutilità della vita che ha vissuto. Quanta angoscia!

Che tentazione! Quale analogia con l'agonia del Cristo in croce!

Ecco. E' lì che si muore, prima della morte o della sopravvivenza fisica.

Nel fissare lo sguardo sulla realtà nella quale si è immersi, e nel lasciarsi andare al gorgo sentendosi un relitto inutile che non può esistere da nessun altra parte. Nel gorgo perché ci si riconosce " del" gorgo.

Ed è lì che si vive, prima della morte fisica o della sopravvivenza, se si riesce ad " alzare" lo sguardo oltre il proprio destino personale, nell' apparente totale perdita del " senso" della propria esistenza.

Lo sguardo di Victor Jara -ci raccontano- si è alzato a guardare la tragedia degli uomini e delle donne rinchiuse nello stadio con lui, prigionieri annichiliti e tremanti come probabilmente anche lui era.

Così, con gesti a lui familiari, ha scritto una poesia che ha consegnato a qualcuno, e - dicono - ha cominciato a cantare.

Per coloro che aveva intorno? Per sé? Per i suoi carcerieri?

Dicono che altri, nei pressi, abbiano preso a cantare con lui, e che questo abbia fatto infuriare i soldati i quali, riconosciutolo, lo hanno riempito di colpi, torturato, umiliato e infine ucciso.

Un corpo spezzato, contorto, sanguinante, così lo ha descritto la moglie quando ha potuto riconoscerlo, giorni dopo. Un Cristo deposto.

Spezzato, contorto. Sanguinante.

Un uomo che si è alzato di fronte alla furia e ha guardato la miseria che aveva accanto e di fronte. Una voce che si è alzata e ha cantato, e si è levata oltre lo stadio, oltre la furia del tempo, fino a noi.

Come un uccello, leggero; come un colibrì.

Il colibrì che si alza in volo e cerca il suo vento , quel vento incessante che c'è già e non ancora. E' lì, se vogliamo sentirlo. E' in quel vento che canta.

Sospeso, tra le correnti, vibra, commuove, si riconosce.

E poi si allontana.



Mario COPPOTELLI



Canto que mal me sales

cuando tengo que cantar espanto!

Espanto como el que vivo

como el que muero, espanto,

de verme entre tanto y tantos

momentos del infinito

en que el silencio y el grito

son las metas de este canto.

Lo que veo nunca vi.

Lo que he sentido y lo que siento

hará brotar el momento...



Estadio Chile (12 o 13 settembre 1973)

Dati Aggiornati al: 03-01-2014 11:22:59

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Categoria: Musica e Spettacoli

Quando: Venerdì 10-01-2014 alle 21:00
---> L'EVENTO SI È GIÀ CONCLUSO !!!

Dove: Centro Studi Sereno Regis

Prezzo: Gratis

Link: Sito Web dell'evento

 

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