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Alessandro Bulgini " DECORO URBANO IN BARRIERA DI MILANO"

Alessandro Bulgini " DECORO URBANO IN BARRIERA DI MILANO"

 

 

[…]
Essi sempre umili Essi sempre deboli essi sempre timidi essi sempre infimi essi sempre colpevoli essi sempre sudditi essi sempre piccoli,essi che non vollero mai sapere, essi che ebbero occhi solo per implorare, essi che vissero come assassini sotto terra, essi che vissero come banditi in fondo al mare, essi che vissero come pazzi in mezzo al cielo, essi che si costruirono leggi fuori dalla legge, essi che si adattarono a un mondo sotto il mondo essi che credettero in un Dio servo di Dio, essi che cantavano ai massacri dei re, essi che ballavano alle guerre borghesi, essi che pregavano alle lotte operaie... ... deponendo l'onestà delle religioni contadine, dimenticando l'onore della malavita, tradendo il candore dei popoli barbari, dietro ai loro Alìdagli Occhi Azzurri - usciranno da sotto la terra per uccidere“ usciranno dal fondo del mare per aggredire - scenderanno dall’alto del cielo per derubare - e prima di giungere a Parigiper insegnare la gioia di vivere, prima di giungere a Londra per insegnare a essere liberi, prima di giungere a New York, per insegnare come si è fratelli - distruggeranno Roma e sulle sue rovine deporranno il germe della Storia Antica.
[…]

(da Pier Paolo Pasolini, Profezia)


[…]
Tuttavia non si dirà: i tempi erano oscuri ma: perché i loro poeti hanno taciuto?

(da Bertolt Brecht, Nei tempi oscuri)


[…] Nessun deserto sarà mai più deserto di una casa, di una piazza, di una strada dove si vive millenovecentosettanta anni dopo Cristo. Qui è la solitudine. Gomito a gomito col vicino, vestito nei tuoi stessi grandi magazzini, cliente dei tuoi stessi negozi, lettore dei tuoi stessi giornali, spettatore della tua stessa televisione, è il silenzio.Non c'è altra metafora del deserto che la vita quotidiana […].

(da Pier Paolo Pasolini, Appunti per un film su San Paolo)


Ci diranno: «il mondo sta crollando e voi disegnate fiori?». Risponderemo: «disegnamo fiori proprio perché il mondo sta crollando».
Noi siamo la generazione che è già stata falciata dalla Storia. Abbiamo già perso. Assistiamo ad una stagione di crudeltà e barbarie credendo che sia un vento passeggero e non ci rendiamo conto che siamo solo all’inizio dell’inverno. Abbiamo reso il mondo un luogo inabitabile. Abbiamo concentrato la ricchezza e la bellezza tra poche mura e abbiamo lasciato che fuori si facesse il deserto. Non siamo stati nemmeno egoisti. Siamo stati semplicemente stupidi, e malaccorti. In politica internazionale non riusciamo nemmeno più a recitare, per finta, il ruolo dei “buoni”. Abbiamo per secoli trattato intere regioni del mondo come “aree di approvvigionamento”. Abbiamo creduto che mantenere arretrate le loro società fosse un modo per conservarne meglio il controllo. Oggi che non riusciamo più a gestire la rabbia di secoli di abusi, ci troviamo di fronte un esercito di disperati che sa solo distruggere, perché gli abbiamo fatto dimenticare come si costruiva, in modo che potessimo continuare ad essere necessari. In casa nostra, abbiamo fatto lo stesso. Abbiamo fracassato la nostra cultura, l’abbiamo tolta dalla circolazione, abbiamo sostituito il pensiero con le parole d’ordine, la dignità con la volgarità. Ai poveri abbiamo dato il peggio. Li abbiamo storditi, li abbiamo abbrutiti, li abbiamo resi dei mostri perché noi potessimo essere gli ariani.
Parlo al plurale perché noi artisti eravamo presenti. Avremmo dovuto essere l’ultima linea di difesa secondo Brecht e, invece, siamo stati i poeti di corte di chi ha fatto tutto questo. E per decenni siamo rimasti a guardare. Abbiamo dipinto i vessilli di questa guerra civile mascherata e abbiamo allontanato le masse dal nostro “latinorum”. Per decenni ci siamo rifugiati dietro le fortificazioni a disegnare fiori per chi li ha potuti comprare. Ed è proprio perché i nostri fiori sono finiti tutti dietro alte mura che, al di là di esse, si è creato il deserto. Noi siamo colpevoli, tanto quanto i grandi capitalisti, tanto quanto coloro che hanno costruito musei in cui gli ultimi, e i penultimi, i terzultimi, i quartultimi, non si sentissero a casa, siamo colpevoli tanto quanto quelli che hanno ipotizzato una società di serie A e una di serie B e l’hanno messa in pratica.
Adesso tutto questo non esiste più. Adesso fuori dalle mura sono tutti ultimi. Adesso c’è stata un’inversione di forze. Non siamo più noi a fare pressione verso il fuori, ma è il fuori che ci assedia affamato. Verranno a prenderci tutti e ci faranno a pezzi. E avranno ragione. Abbiamo distrutto il mondo e siamo finiti strangolati come la Germania nella Prima Guerra Mondiale, quando perse i Balcani. Abbiamo perduto la guerra. Ma il gioco non è finito. La partita continua e continuerà senza di noi. Ed è una partita orribile, perché è combattuta da uomini a cui abbiamo portato via tutto, in primis i valori, l’amore per la bellezza, l’aspirazione alla poesia e che, dunque, sanno solo sbranarsi. E’ la famosa guerra con sassi e bastoni di cui parlava Einstein. Il mondo, non sembra mai stato tanto primitivo e le date periodiche d’uscita dell’ultimo iPhone sembrano, beffardamente, le cifre sulle tombe della civiltà.Noi apparteniamo ad un’aristocrazia superata, prerivoluzionaria. Fingiamo di non saperlo. Ci aggrappiamo ai nostri costumi reazionari, ai nostri white cube autocelebrativi e ci stordiamo facendo ancora feste oscene come Margit Thyssen nel castello di Reichnitz. Di tutti i nostri vecchi compagni e padroni siamo rimasti solo noi, i poeti, per istinto o per allenamento, a renderci conto che è finita, a leggere il presente esattamente come lo leggono coloro che lo stanno scrivendo. E proprio per questo siamo ancora più soli con le nostre colpe. Soli anche tra noi. E diffidenti gli uni verso gli altri. Possiamo decidere di addormentarci, di compiere il rito della famiglia Goebbels e far finta che la terra che buttano su di noi sia la calda coltre per una notte di sogni. Oppure possiamo essere coraggiosi e fare l’unica cosa giusta. Restituire agli ultimi quel che gli abbiamo tolto.
Ma ormai non è più tempo di farlo dall’alto, di essere maestri, di sedere sugli altari e nelle cattedrali abbandonate. Non possiamo più pretendere di insegnare, abbiamo perso l’alloro, e la penna, e la voce, come Andrej Rublëv dopo aver visto il massacro seguito all’invasione dei tartari. A questo punto possiamo solo mostrare in silenzio i miracoli di cui siamo ancora capaci e che possono ammansire, lo spirito barbarico di questo tempo. Dobbiamo smettere le armature dei cavalieri i cui vessilli sono ormai riconosciuti come nemici e se vogliamo far parte di questo presente dovremo indossare il saio, essere i francescani, scalzi, che bussano ad ogni porta, portando un fiore che possa, dopo tanti anni, ricordare ad ognuno il miracolo della vita e il suo infinito valore. E che l’uomo genera miracoli con le sue mani e la sua mente, che la bellezza e la poesia sono la fonte infinita di ricchezza che illumina ognuno dei nostri giorni. Credo sia questa l’unica arma che potrà fermare il redde rationem della civiltà a cui stiamo assistendo.

Scrivo questa riflessione per Alessandro Bulgini, che non è un eroe, non è un santo, ma è un folle frate che in questi anni ha intrapreso il cammino che ho descritto. L’ho visto scendere dal suo studio e iniziare a prendersi cura del suo quartiere. Dimostrare con piccoli gesti che la bellezza poteva ancora far fiorire una comunità in crisi, che un fiore poteva essere un’alternativa alla disperazione. L’ho visto esporre il suo corpo a tutti i venti. Essere lì, in prima persona. Al freddo, alla pioggia, al niente che allaga le case. Solo per incontrare una persona. Per scambiare una parola nel B.A.R.L.U.I.G.I., per far sbocciare un cerchio sull’asfalto che diventasse un punto di riferimento nella geografia emotiva di un bambino. Ho visto Alessandro Bulgini essere un artista del suo tempo, uno dei pochi. E il suo lavoro essere uno tra i rarissimi che non fosse già passato nel momento stesso in cui veniva compiuto. I suoi gessetti per terra, sì, svaniranno in un giorno, o due, è vero, ma saranno esattamente ciò che quel giorno è servito a qualcuno che li ha visti. La superba prospettiva dell’eternità museale si è ridimensionata nella prospettiva dell’umanità quotidiana. C’è bisogno di fiori nel deserto perché il deserto non sia più. Ed eccoli spuntare nella desertica Barriera di Milano. Il problema non è quanto dureranno. E’ piuttosto se domani ne spunterà un altro. Se ci sarà un poeta che potrà ancora per un giorno testimoniare che la grazia è la sola strada per difendere la delicatezza della nostra anima umana.


Gian Maria Tosatti

Dati Aggiornati al: 23-10-2014 08:58:10

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Categoria: Altro...

Quando: Mercoledì 29-10-2014 alle 18:00
---> L'EVENTO SI È GIÀ CONCLUSO !!!

Dove: Museo Ettore Fico

Indirizzo: Via Francesco Cigna 114 Torino

Prezzo: --

Link: Sito Web dell'evento